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La Pazzia: cianciar di barche e tanto altroLetizia Scirè April 27 COME VA L'AMORE, UN ANNO DOPOIl fatto che sia passato ormai quasi un anno, non vi sfiora minimamente. Il fatto che durante questi dodici mesi vi siano passate accanto tante di quelle occasioni che ve la sareste potuta consumare, e che naturalmente voi le abbiate tutte snobbate alzando le spalle con una smorfia schifata, non vi tocca. Non è più semplice innamoramento. E’ diventata una missione. Ed il fatto che quel cialtrone di Paolo Fox abbia proclamato urbi et orbi che nel 2009 Venere non solo transiterà ostinatamente avanti e indietro nel vostro segno manco si trattasse di una mignotta sotto ad un lampione, ma che in più ci sosterà, specie nei mesi primaverili, a costo di mettere ragnatele con la stessa costanza con cui un calabrese parcheggia in divieto di sosta, è servito soltanto a farvi sprofondare ancora più a fondo nella vostra cocciuta melma sentimentale. Perché, diciamocelo, i progressi, dallo scorso maggio, non sono stati poi così eclatanti. Oddio, no, veramente no. Progressi, ce ne sarebbero pure stati, solo che voi, romantiche infatuate dell’Amore, li avete sdegnati non considerandoli di vostra pertinenza. Perché la strusciatina, si sa, non fa per voi. La Natura l’ha deciso al posto vostro. Ve lo ha inculcato. E quindi, o fiori d’arancio e fede (in platino, di Bulgari) al dito, o non se ne fa niente. Ora, se però vi ostinate a correre dietro ad un disgraziato detentore del record provinciale di salto con l’uccello da un letto all’altro, l’astinenza ve la siete proprio andata a cercare. Perché, a voler essere proprio precisi, non è che lui non vi voglia: siete voi, che senza proposta di matrimonio, o qualcosa di spacciabile come tale alle amiche, non gliela date. E qui la situazione si ingarbuglia. Perché diventa tutto un inseguirlo, un illuderlo, un tirarselo a sé per poi ritrarsi, che sfocia irrimediabilmente nel non dormirci la notte, e che al di là di un gran mal di testa, e di enormi botte di feroce gelosia, a voi non porta null’altro. A lui, invece, occasioni d’oro. Perché consapevole di avervi nella sua rete, perde tempo tenendoselo impegnato (l’uccello) con le amiche (tante amiche), e nel frattempo, occasionalmente, vi sfiora con i suoi occhi verdi, e tanto vi basta per indurvi ad ostinarvi ancora di più nel vostro proposito: redimerlo. Convincerlo del fatto che, dopo averne cambiata una ogni lunedì negli ultimi sedici anni, è giunto il momento anche per lui, il Grande Uccellatore, lo Sterminatore di Passere più o meno solitarie, il Terribile Sperminator, di mettere la testa a posto e di accasarsi: con voi. Del resto, lo dice anche Paolo Fox. Ah sì, poi c’è quello col Maserati nero che vi fa la posta, innamorato cotto, da mesi; piace anche a vostro padre. E vi sposerebbe pure, magari. Ma si sa, il fascino dell’occhio verde che vi sfiora con ardore ma pur sempre con annoiata sufficienza, non potrà mai competere con il ricco imprenditore romantico che vi comprerebbe pure un attico con vista sulle Due Torri, se solo glielo chiedeste.
Ed in fondo, a dire il vero, non ha nemmeno importanza di che segno siate: tanto, Venere transiterà anche nel vostro, prima o poi. L’ha detto Paolo Fox. December 28 LETTERINA A BABBO NATALEVorrei un Natale tranquillo, quest’anno.
Vorrei un Natale immerso nel silenzio della neve che cade.
Vorrei un Natale sotto zero.
Vorrei un bianco Natale.
Vorrei un Natale in cui si va alla Messa di mezzanotte, e poi di corsa a casa a preparare la cioccolata in tazza.
Vorrei un Natale in cui la mattina mi sveglio alle 11, rimango sotto il piumone caldo e guardando fuori dalla finestra vedo la neve che scende.
Vorrei un Natale con il pupazzo di neve.
Vorrei un Natale bianco e rosso.
Vorrei un Natale da manuale.
Vorrei un Natale con il maglione rosso a collo alto e gli orecchini di brillanti.
Vorrei un Natale in cui a mezzogiorno suona il telefono, ed è zia Silvana che chiama dalla Sicilia per farmi gli auguri.
Vorrei un Natale in cui il telefono suona per mezz’ora di fila, ed in quella mezz’ora mi chiamano tutti, anche gli amici che non sento da una vita. O dal Natale precedente.
Vorrei un Natale di porcellana.
Vorrei un Natale con la tavola apparecchiata con la tovaglia bianca e rossa, il centrotavola di agrifoglio, le candele nel mezzo, i piatti di Rosenthal decorati con i pacchetti dei doni ed i bicchieri di cristallo bordati d’argento.
Vorrei un Natale gastronomico.
Vorrei un Natale profumato di tortellini in brodo, con il fumo che esce dal coperchio della zuppiera.
Vorrei un Natale pieno di dolci, di biscotti, di torte di cioccolata e panna.
Vorrei un Natale impiastricciato di croccante alle mandorle.
Vorrei un Natale goloso come una mela candita.
Vorrei un Natale di cioccolato.
Vorrei un Natale al profumo di cannella.
Vorrei un Natale al sapore di vaniglia.
Vorrei un Natale tutto mio.
Vorrei un Natale con le casette di ceramica disseminate su tutti i mobili ed illuminate dalle candele.
Vorrei un albero con i rami carichi di decorazioni, alcune argento, altre blu, molte rosse, e poi oro, bianche, di cristallo, e dolcetti, e cioccolata, e bastoncini di zucchero come nelle illustrazioni dei libri.
Vorrei un Natale pieno di luci e decorazioni sparse per casa, e poi ghirlande, e festoni, e l’albero alto fino al soffitto, ed un presepe grande come tutto il ripiano della credenza, con il laghetto delle papere e la cascatella fatta con la carta stagnola.
Vorrei un presepe con le montagne fatte di carta, ed i sentierini di sassolini bianchi, ed il muschio tutt’attorno, e la grotta nell’angolo, illuminata dalla stella cometa comperata alla Rinascente di Milano tantissimi anni fa.
Vorrei un presepe in cui un torrentello di carta stagnola esce da un laghetto in carta stagnola, e sul torrente un ponticello su cui posare un pastore con le sue pecore, dirette verso la grotta in cui giace Gesù Bambino.
Vorrei un presepe nel quale i Re Magi arrivano da tre direzioni diverse, che convergono al ponticello sul fiume davanti alla grotta.
Vorrei un presepe su cui far spostare ogni giorno i Re Magi di qualche centimetro, avvicinandoli alla grotta di Gesù.
Vorrei un Natale luccicante come le stelle in montagna d’inverno.
Vorrei un Natale rosso come le guance del mio Eugenio quando ha freddo.
Vorrei un Natale ricco.
Vorrei un Natale d’oro e d’argento.
Vorrei un Natale pieno di pacchetti da scartare, tutti ammonticchiati attorno alla base del mio albero, ciascuno con il proprio bigliettino, ognuno di una persona diversa.
Vorrei una ghirlanda di agrifoglio e pigne appesa alla porta.
Vorrei un festone di rami d’abete ornati di fiocchi tutt’attorno alle porte di casa.
Vorrei un vaso di stelle di Natale su ogni davanzale.
Vorrei un Natale americano.
Vorrei un Natale con le canzoni di Bing Crosby e con la voce di Dean Martin.
Vorrei un Natale con la musica di Frank Sinatra.
Vorrei un Natale bello e buono come un tacchino farcito.
Vorrei un Natale con il camino acceso.
Vorrei un Natale che sappia di casa.
Vorrei un Natale con il vischio, sotto il quale essere baciata.
Vorrei un Natale sul tappeto, sul quale essere abbracciata.
Vorrei un Natale caldo come un paio di guanti di lana.
Vorrei un Natale silenzioso come una partita a scacchi.
Vorrei un Natale con i calzettoni ricamati con le renne.
Vorrei un Natale da sorseggiare come se fosse una tazza di tè speziato.
Vorrei un Natale perfetto.
Vorrei un Natale che sapesse, finalmente, davvero di Natale.
October 28 AMORI PERVERSI D'AUTUNNOQuando credete di avere toccato il fondo, quando siete ormai convinti del fatto che peggio di così non potreste fare, non createvi illusioni: non siete nemmeno a metà dell’abisso. C’è ancora tanto buio, sotto di voi. C’è ancora tanto spazio, per precipitare.
Ma siete ancora lì che vi consumate dietro a quell’anima persa che è da primavera che vi scuote gli ormoni? Sissignore, siete ancora lì. Smarriti, dannati. I Bimbi Sperduti non erano nulla, in confronto a voi. E poi loro, almeno, avevano Peter Pan, che, eroico, benché innamorato, sbandato, stralunato, teneva a bada Capitan Uncino, e si prendeva, in qualche modo, cura di loro, li difendeva. Il vostro Peter Pan, invece, nella migliore delle ipotesi, è fuori con un’altra. Nulla di serio, tiene sempre a precisare, ma resta il fatto che lui adesso sta dormendo l’infausto sonno del fedifrago con lei (ammesso che non siano ancora svegli, potrebbero essergli presi i bollenti spiriti, non si sa mai…), e voi siete seduti a gambe incrociate di fronte allo sportello del freezer. Ho detto freezer, non frigo. Perché non si tratta di mangiare, ma di sbrinare. Sissignore, di sbrinare. Di sbrinare il freezer nel cuore della notte. Per tenersi occupati, tanto ormai siete svegli, perché perdere tempo? Perché stare sotto le coperte a rimuginare, ad immaginarsi in quale dannatissima posizione lo stiano facendo (s’incastrassero, una buona volta, e gli si spezzasse pure, il Grande Guerriero: gli starebbe solo bene!), a chiedersi se dormano abbracciati o se si voltino le spalle? No, meglio tenere la testa occupata, meglio fare tutta quella serie di monotoni e noiosi e ripetitivi lavori domestici che si rimandano sempre, tipo riordinare la libreria, fare il cambio dell’armadio, mettere ordine fra tutte le scarpe, anche quelle che non indossate da quando avevate quindici anni ed andavano di moda la punta squadrata ed il mezzo tacco. E poi, sbrinare il freezer. Che però, peccato, lo avete già sbrinato la settimana scorsa, e pure quella prima, adesso che vi viene in mente. Eccovi dunque lì, seduti insonni con la faccia inebetita di fronte allo sportello satinato del vostro costosissimo Whirlpool, e poi con la testa infilata dentro al congelatore che pompa come un forsennato per mantenere la temperatura a 23 gradi sotto zero. Eccovi lì, a constatare, afflitti e sconsolati, che di ghiaccio da cavar via non ce n’è neppure un minuscolo, misero cristallo. Ma voi non vi arrendete. Nossignore. E’ in questo momento che emerge il pervertito che c’è in voi. E’ in questo momento che si svela quel profilo da Mister Hyde che avete sempre cercato di tenere nascosto. E’ in questo momento che vi svelate per ciò che siete veramente. Dei depravati. Dei mostruosi, assatanati, deviati, degenerati, scostumati e dissoluti maniaci ossessivo-compulsivi. Ecco, vi viene in mente l’idea folle. La perversione assoluta. Tre cassetti nel freezer. Ventuno lettere dell’alfabeto. Potreste riordinare i surgelati in ordine alfabetico. Perché c’è della logica, nella vostra follia. Non fate finta di niente. E’ il sogno di tutti voi, avere la dispensa ordinata secondo le lettere dell’alfabeto. Avete cominciato a covare questo insano desiderio quando vi siete scoperti ad ammirare le cabine armadio delle pubblicità, in cui tutti gli abiti sono appesi per sfumatura di colore, dal più chiaro al più scuro; e quando ci avete provato anche voi, siete giunti a due innegabili conclusioni: uno, non avete abbastanza spazio nell’armadio per dedicare uno scaffale ad ogni colore, e due, l’autore di quella pubblicità andrebbe denunciato per istigazione all’isterismo. Avete riordinato le scarpe per altezza del tacco. Avete calcolato un complicatissimo algoritmo che incrociasse gli autori e gli editori della vostra collezione di libri con gli argomenti trattati, il genere ed il colore delle copertine. Avete disposto le videocassette in ordine di durata del loro contenuto. Avete catalogato i campioni di fondotinta in base alla profumeria che ve li ha regalati, ed avete abbinato il colore del perizoma al profumo della saponetta che usate ogni mattina. Adesso è il turno del freezer. Siete emozionati. Con gli occhi che vi brillano, afferrate gli Asparagi e li disponete prima dei Broccoli; poi spostate i Piselli nel cassetto inferiore, ed estraete dall’ultimo le Croccole, per metterle nel primo in alto. Vi state divertendo, di più: vi state distraendo. Che era poi il risultato che volevate ottenere: ecco che l’immagine sfocata dell’Acceleratore di Ormoni si dissolve, per lasciare magicamente posto a quella del Minestrone che si accomoda fra i Funghi ed il Prezzemolo. Ecco, gli Spinaci in basso, il Basilico nel cassetto in alto, il Ghiaccio in quello di mezzo; e poi gli Hamburger, le Patate fritte, i Gamberoni; le Melanzane, i Croissant, i Sofficini. Spostate i cibi gelati con l’abilità e la maestrìa di un direttore d’orchestra; incastrate buste informi e scatole a parallelepipedo con la facilità con cui mettereste in fila i cubi di un neonato. Ogni tanto rimirate il vostro lavoro, e vi sentite orgogliosi. Fino a quando il dubbio vi assale. E’ un’ombra, un brivido: il pezzo che non s’incastra. Il culmine della vostra logica follia (o folle logica) che non trova collocazione. E’ l’alba, avete passato metà della notte seduti a gambe incrociate sul parquet della vostra cucina, vi siete ormai dimenticati dello Sventrapapere misogino che sta russando arrotolato nelle lenzuola del suo letto peccaminoso. E voi siete lì, immobili, con in mano una vaschetta di polistirolo rivestita di pellicola per alimenti. Dentro, una coppia di oggetti di vaga forma romboidale, di colore ocra, dalla superficie irregolare. Guardate l’oggetto, e non vi sapete decidere. Il tormento dell’ultimo pezzo che non entra nel puzzle vi perseguiterà per tutto il giorno, in ufficio, facendovi dimenticare di controllare ogni cinquantatré secondi se l’Ammaliatore di ignare fanciulle vi abbia mandato un sms in risposta ai vostri ultimi quindici. Perché il problema che si pone è grave. Le Cotolette di Pollo, voi, le archiviereste sotto la “C” di cotolette o sotto la “P” di pollo?
September 07 SICILIA 2008Lascio sempre la Sicilia di notte, furtivamente. Quasi spero che non se ne accorga, che me ne sto andando. Sono come un’amante, che le dedica tre, quattro, cinque settimane all’anno di passione sfrenata, e poi scappa furtivamente, all’alba, senza farsi sentire. Sono anni che faccio così. Arrivo in Sicilia per cena, l’ora forse più bella, dopo un lungo viaggio: è come arrivare finalmente a casa, levarsi gli abiti che odorano della giornata, e gettarsi a corpo morto sul divano, distesi accanto a lei, su di lei. E la Sicilia mi accoglie, mi avvolge, mi coccola, mi ama. La amo con passione, questa Sicilia. Ne godo appieno, mi sazio di ogni secondo che trascorro con lei. E poi una notte l’abbandono, di corsa, quasi in silenzio, sfrecciando ben prima del sorgere del sole per le strade deserte di Messina, verso l’imbarco dei traghetti; salgo in silenzio, sul traghetto per Villa San Giovanni, ed infilo la moto nel posto più nascosto che trovo, quasi la volessi celare, quasi volessi negare, spudoratamente, di partire. Ma la Sicilia lo sa che me ne sto andando, e finge di ignorarmi, di continuare a dormire. Lo sa, che me ne vado, ma sa anche quanto sia inutile punirmi ulteriormente, perché io già da sola mi sto facendo malissimo, partendo, e dovendo attendere altri dieci mesi prima di poterci rimettere piede. Mi punisco già abbastanza da sola, senza che sia necessario che lei faccia altro. E dunque, la Sicilia dorme ancora, o finge molto abilmente di farlo, mentre si chiude il portellone di prua del traghetto, mentre l’equipaggio scioglie le gomene, mentre il Capitano manovra in porto, mentre passo, ancora una volta, di fronte alla Madonna della Lettera, la patrona di Messina che accoglie benevola in città chiunque vi giunga via mare, ma non altrettanto benevolmente, od almeno questa è la mia impressione mentre la sto a guardare aggrappata al parapetto del ponte più alto, saluta chi se ne sta andando… Dura sempre troppo a lungo, la traversata dello Stretto. Pare infinita al mio arrivo, quando brucio dalla voglia di imboccare l’autostrada a Boccetta e di divorare in pochissimi secondi la manciata di chilometri e di viadotti che mi separano dalla casa di zia Silvana, a Villafranca, dalla pasticceria Fiumara, regno delle granite con panna e brioche, dalla piscina del Parco degli Ulivi, uno spettacolo nello spettacolo. E pare infinita anche adesso che me ne vado, prolungando il tormento che provo vedendo la Sicilia che si allontana, un metro dopo l’altro, ma mai abbastanza velocemente. Vorrei togliermelo dalla vista il prima possibile, il profilo di Capo Peloro, e invece il pilone bianco e rosso è lì che mi guarda, sprezzante, sdegnoso, quasi maligno, e pare che mi sberleffi, ricordandomi che lui, lì, ci resterà per sempre, anche se ormai da anni non serve più a nulla, perché adesso i Siciliani la corrente elettrica se la producono da soli, e non hanno bisogno di farla arrivare dalla penisola. Dal Continente, anzi. Eccolo, Capo Peloro. E’ il punto in cui lo Stretto è più “stretto”, il punto in cui si incontrano e si mescolano due mari, lo Ionio ed il Tirreno, e nel contempo vengono tenuti a bada dai due promontori, quasi si avesse paura a far fare loro troppa conoscenza, troppa amicizia. Qui le due coste si fronteggiano come due eserciti pronti ad attaccare. Poi, come ad un improvviso comando dall’alto che intima il dietro-front, eccole ritirarsi, scostarsi come al passaggio di un corteo, e cedere il passo a quel magma azzurro in tutta la sua imponenza. L’aria dello stretto ha un odore celeste, quasi turchino, con una striatura di verde, ed un fondo pungente di argento; è aspro e dolce allo stesso tempo, sa di montagna e di pescespada, di nunnata e di tralci d’uva, di zagare e di sterpi riarsi, ma anche di miti e di mostri, di ingarbugliate correnti e di relitti sommersi. Sbarco in fretta, una volta arrivata sulla costa calabrese, e mi sforzo di non volgere lo sguardo alle spalle. Procedo spedita sull’autostrada, ormai albeggia, la Sicilia dietro di me si sta svegliando, lo so, la sento: apre prima un occhio, poi l’altro con poca convinzione, li socchiude strizzandoli, si stiracchia leggermente nel suo giaciglio turchese, vorrebbe dormire altri cinque minuti ma il sole rovente la sprona a destarsi, e la pizzica dolcemente con i suoi sottilissimi raggi infuocati. Fa finta di non vedermi, mentre mi allontano, ma io lo so che è lì che mi guarda; e guido con rabbia, ricacciando le lacrime, ripromettendomi di non guardarmi indietro e voltandomi invece ogni secondo, finché rimane in vista, salutandola con la voce strozzata dal pianto, quasi scusandomi silenziosamente. Arrivata sul viadotto a strapiombo su Scilla accosto, mi giro un’ultima volta, ed allora sì, la saluto come merita, la saluto con la mano, e le dico arrivederci, all’anno prossimo, anzi no, meno di un anno, dieci mesi soltanto e sarò di nuovo qui, all’inizio dell’estate. Ed è a questo punto che lei mi lascia andare, sorridendo. E sorrido anch’io. La amo, la mia Sicilia. E lei ama me.
E sul traghetto, fra Villa San Giovanni e Messina, proprio nel mezzo del canale, quando guardo prima a sinistra, e vedo la Calabria, e dietro Bologna, ormai lontanissima, e poi a destra, e vedo Messina, ed oltre al suo profilo tutti i posti che ormai mi sono così familiari, proprio lì in mezzo, fra tutta quell’acqua, e quella terra, e quel vento, e quel rollìo che mi accompagna durante l’ora necessaria alla traversata, proprio sotto quel cielo, mi rendo conto, lo sento davvero dentro, che il ponte, il Ponte sullo Stretto, in fondo, non lo voglio. E’ bello che la Sicilia rimanga un’isola, e non un’appendice del nostro Stivale, attaccata ad esso con un fragile nastro di cemento ed acciaio. Nonno Giuseppe diceva che se Dio ci ha messo il mare in mezzo, fra la Sicilia ed il resto dell’Italia, doveva avere i suoi buoni motivi. Ed io la penso esattamente come lui. Anche perché, quando ci sarà il ponte, noi siciliani, nei giorni di mare grosso, non potremo più dire che il Continente è isolato.
August 13 EASY RIDER
I'm an easy rider the wind is at my back July 06 ZIA LETY A PRIMAVERAL'innamoramento è quella fase della propria vita in cui si compiono le peggiori azioni con gli oggetti più innocui. Per esempio, con un telefonino. L'azione depravata in questione non è, checché voi ne possiate pensare diversamente, inserirlo nei luoghi più osceni in modalità vibrazione, sia ben chiaro; di gran lunga più devastante per il proprio ego è fare cose di ben altro genere, tipo per esempio mandargli un sms chiedendogli, con folle disperazione e livello di autostima sotto i tacchi delle scarpe, un appuntamento per un sabato sera di otto settimane dopo (non sia mai che prima abbia preso degli impegni, potrebbe darvi buca). Altrettanto distruttivo ed annichilente è attendere incollate al telefono un suo seppur minimo cenno di risposta: questa fase, che può durare da pochi minuti a svariati giorni, consiste fondamentalmente nell'attaccarsi il cellulare addosso facendone una sorta di appendice plastica del proprio corpo, portandoselo ovunque (e per ovunque si intende davvero “in qualunque posto”: sotto la doccia, ai fornelli, in ascensore se si scende a riattaccare la corrente che è saltata, perfino sul bidet). E se vi chiamasse proprio mentre siete distanti dal cellulare e non ne sentiste il trillo, od arrivaste in ritardo per rispondere? Sarebbe un dramma, potrebbe anche pensare che stiate frequentando un altro e che di lui non ve ne importi assolutamente nulla (si vede proprio che non vi conosce ancora bene…). In genere dopo alcuni giorni di questa tortura psicofisica si perde completamente il contatto con la razionalità, e si sprofonda nel baratro senza ritorno dell’umiliazione. Tipico di questa fase è infatti mandargli un primo sms contenente una frase banalissima, al limite della demenza, semplicemente per dargli modo di avere una scusa per rispondervi e, non ricevendo risposta, inviargliene un altro chiedendogli se per caso non abbia ricevuto il primo; dal momento che se non vi ha risposto al primo messaggio potete stare certi che non degnerà di risposta nemmeno il secondo, annichilire il proprio quoziente intellettivo facendo uno squillo anonimo sul suo cellulare, per verificare che ce l’abbia acceso o che sia in una zona coperta dal campo. Confessate che l’avete fatto anche voi, e ben più di una volta! Questo è decisamente il punto di non ritorno, il momento in cui, raggiunto il fondo dell’abisso, bisognerebbe cercare di arrampicarsi sulle pareti per risalire verso la luce (cioè verso la sanità e la lucidità mentale); purtroppo per il proprio ego però quando si è davvero perse dietro a quell’anima nera che ci sta scombussolando gli ormoni si comincia a scavare furiosamente sul fondo, dando dimostrazione a sé stessi ed agli altri che l’intelligenza di cui in genere siete state ritenute generosamente imbevute fin dalla nascita è cosa dotata di vita propria, che al momento meno opportuno leva le tende e se ne va in vacanza, lasciandovi alle prese con la vostra totale imbecillità, sole e depresse. Il passo successivo è tanto banale quanto scontato: giurare a se stesse che non ci si cascherà più, che non ci si lascerà mai più umiliare fino a questo punto, che cascasse il mondo, nessuno sarà più degno della vostra fiducia totale ed incondizionata. Fino alla primavera successiva, è ovvio.
…
Ai soli fini statistici, si pubblica il riepilogo degli sbandamenti delle ultime primavere:
2001: un romano, pure un po’ burino, motociclista e tatuato. E’ stato un disastro, tra l'altro constatabile da tutti i frequentatori di questo blog. 2002: un buddista di La Spezia. 2003. un ebreo comunista. 2004: il direttore della filiale in cui lavoravo. 2005: il vicedirettore di un quotidiano della mia regione, politicamente impegnato, sposato e padre di famiglia. 2006: un noto Principe del Foro bolognese, che mi abbindolò con il seguente sms: "sabato porto mia moglie al mare con i bambini, così poi possiamo uscire". 2007: un finocchio.
Tutto sommato, quindi, direi che quest'anno non mi è andata nemmeno troppo male!
May 17 SIMULAZIONE DI APPUNTAMENTODovrebbero fare una legge che riconosca il reato di simulazione d'appuntamento, e che di conseguenza punisca (severamente) chi si macchia di tale malefatta. In quanto reato, la simulazione d'appuntamento dovrebbe essere soggetta al trattamento penale che ne consegue, con tanto di imputato, parte lesa, avvocati, giudice e, inutile dirlo, regolare processo. Processo la cui sentenza, fra l’altro, dovrebbe essere assolutamente e totalmente inappellabile, e la pena si dovrebbe scontare tassativamente entro le 72 ore successive. Pena, anche questo inutile dirlo, assolutamente non soggetta ad abomini del tipo sconti, condizionali, amnistie, indulti, riduzioni e quant'altro: una condanna severa ed esemplare, ed una pena inflitta con il massimo rigore. Perchè è così che si fanno rispettare le leggi.
Prendiamo, per esempio, il caso di un qualunque povero diavolo di sesso maschile che lasci velatamente intendere alla disgraziata di turno che ci potrebbe essere una remotissima possibilità che nella serata di sabato si possa uscire insieme, e che quindi ella potrebbe, in via del tutto eccezionale, aspettarsi di ricevere non dico una telefonata, ma quanto meno un sms, anche al limite riportato da altri (dopo i 30 anni ed alle soglie dell'estate si scende a qualunque compromesso, purché si tratti di frequentazione eterosessuale), che la inviti appunto a questo incontro. Ebbene, non si tratta forse di un appuntamento??? E quindi, il non rispettare l'impegno preso, seppur verbale, ed il non telefonare non dico due giorni prima, ma nemmeno alle ore 8 del medesimo sabato sera (perchè la disgraziata, ça va sans dire, ci spera fino all’ultimo momento, ed è già tutta bella, pronta ed agghindata dalle 2 del pomeriggio, avendo passato la mattina dal parrucchiere, dall'estetista e dalla manicure, oltre che avendo dedicato il pomeriggio del venerdì alla ricerca di qualcosa di adatto da indossare per l'occasione), non è forse questo, signori della corte, l'infamante reato di simulazione d'appuntamento di cui parlavamo poco sopra? E quindi, ecco che la legge dovrebbe scattare, inflessibile come si conviene ad uno Stato civile.
Si dovrebbe innanzitutto procedere con l'emissione di un mandato di cattura per l'infame (perchè è questo ciò che realmente è chi si macchia di questo reato: un infame), prontamente eseguito dalle Autorità competenti le quali, sguinzagliate a sirene spiegate per la città, lo pescherebbero con facilità con le mani nel sacco: nello specifico, o fuori con un'altra (e qui scattano le aggravanti), od a rincoglionirsi fradicio di birra con gli amici davanti alla Play Station (il che presuppone sì la semi-infermità mentale, ma non per questo deve infondere nella giuria la tentazione di disporre l’archiviazione del caso, sia ben chiaro!). Ammanettato dunque il criminale, non innocente ma colpevole fino a prova contraria (prova che non arriverà, statene certi), lo si dovrebbe trarre immediatamente di fronte alla corte, e procedere a processarlo per direttissima. Processo e condanna, ovviamente. Condanna, come abbiamo detto, da scontarsi entro i tre giorni successivi, secondo le direttive impartite dal giudice, direttive che, a titolo del tutto esemplificativo, potrebbero riguardare l'obbligo innanzitutto di far recapitare fiori e cioccolatini al domicilio della vittima, con il gentile invito a voler concedere la propria compagnia per una cena nel più esclusivo ed elegante ristorante della città; naturalmente, il condannato dovrebbe andare a prendere la cara ragazza sotto casa attendendola pazientemente seduto in auto per una ventina di minuti; il medesimo condannato si vedrebbe anche negato il diritto di usare il telefono cellulare per tutta la durata dell'appuntamento, ed altresì dovrebbero essere banditi dalla serata argomenti di conversazione quali il calcio, le corse automobilistiche, la pallacanestro, il wrestling, la politica, la contingenza economica internazionale, la mamma, l'ex moglie, le fidanzate precedenti, i figli più o meno legittimi, le proprie abitudini igieniche ed alimentari e le gare di rutti e sputi con gli amici. Al contrario, la legge approva che la ragazza abbia il diritto di ammorbare il malcapitato con un lungo elenco di noiosi aneddoti riguardanti la propria infanzia, gli anni felici delle scuole elementari, quelli difficili ed incompresi del Liceo, e gli undici trascorsi all’università (sì, me la sono presa un po’ comoda: vi crea forse qualche problema?). L'eventuale dopocena erotico, infine, benché non obbligatorio, sarebbe comunque molto gradito.
Ecco, questo mi pare un esempio di applicazione di una legge giusta ed equa.
P.S. Che ci crediate o no, il pezzo è stato buttato giù in fretta ad un tavolino del Mc Donanld’s, fra una porzione di pollo fritto ed un abbondante quantitativo di patatine. Le ditate di unto, qui sul pc, non compaiono, ma vi posso assicurare che facevano bella mostra di sé sul retro del contratto di conto corrente del cliente da cui mi stavo recando. Ovviamente il contratto è stato ristampato. August 19 SICILIALa parte più avventurosa del viaggio in moto, qualunque sia la vostra destinazione, è dirlo alla vostra famiglia: infatti dovete comunicare loro che non solo andate a considerevole distanza, ma che ci state andando da soli, in moto, facendo tutto il tragitto stradale, e che avete intenzione di stare via per parecchio tempo. C'è chi opta per snocciolare queste comunicazioni con un dovuto anticipo, una alla volta, per rendere l'impatto meno doloroso agli amati congiunti. Io, personalmente, alla luce dell'esperienza maturata negli anni di frequentazione della mia strampalata famiglia, ho messo a punto una tecnica forse eticamente discutibile, ma che assicura discreti risultati: do la comunicazione tutta d'un colpo a mio padre un paio di giorni prima di partire, ed a mia madre lascio che sia lui a dirlo. Credetemi, è una gran trovata. Il cervello di mio padre entra infatti in uno stato di avanzata catalessi non appena gli dico che la meta delle mie ferie estive è a 1200 km da casa, e quindi le frasi successive (ci vado da sola, sto via due mesi e mezzo, mi faccio tutta la strada in moto in un sol botto, parto dopodomani) gli scivolano addosso in maniera abbastanza indolore, scongiurando il pericolo dell'arresto cardiaco. I neuroni paterni si riprendono così giusto in tempo per venirmi a salutare la mattina della partenza, alle 5, allorquando tutte le paure ancestrali si risvegliano nella sua mente: ed è un profluvio interminabile, che non bisogna assolutamente interrompere, pena il riavvolgimento del nastro e la conseguente partenza in ritardo, di frasi del tipo: - Vai piano. - - Sì babbo. - - Telefona. - - Sì babbo. - - Ma non ce l'avevi un'amica che venisse con te? - - No babbo. - - Ma sei sicura? Hai chiesto ad Annalaura? - - Sì babbo. - - Quella è una ragazzina per bene, un'amicizia giusta: la dovresti frequentare di più... - (e sospira) - Sì babbo. - - Ed Alessandra? Hai provato a chiederglielo? Lei non poteva venire? - - No babbo.- - Ma sei sicura di voler stare via tanto? - - Sì babbo. - - Ma così tanto? Non ti annoierai? - - No babbo. - - Va bene. Ma se hai bisogno telefona. - - Sì babbo. - - Non farti mancare nulla. - - No babbo. - - Se vuoi tornare indietro prima, chiama che ti vengo a prendere. - - Sì babbo. - Pausa per riprendere fiato. Voi nel frattempo avete finito di caricare le borse sulla moto, avete legato le ultime cinghie e vi state apprestando ad indossare i guanti. Ed ecco che lui lancia uno sguardo esperto al carburatore e riattacca: - Hai fatto il pieno ieri sera? - - Sì babbo. - - Hai fatto controllare anche le gomme? - - Sì babbo. - - Ma le hai fatte controllare dal benzinaio? - - Sì babbo. - (e da chi vuole che le abbia fatte controllare? Dal lavavetri al semaforo?) - Dovevi farle controllare dal meccanico della concessionaria, era meglio. - - Sì babbo. - - Non fai in tempo a fermarti adesso a farle controllare, eh? - - No babbo. - (Sono le cinque di domenica mattina, dove lo trovo un meccanico aperto?) - Falle controllare in autostrada quando fai il pieno. - - Sì babbo. - - Ricordati però di dire all'inserviente che hai fatto della strada, e che le gomme saranno surriscaldate, quindi che si regoli con la pressione. - - Sì babbo. – - E fai anche la pipì quando ti fermi a fare benzina, non guidare trattenendola, che non ti fa bene e poi guidi nervosa. – - Sì babbo. - - Va bene. Allora... allora parti? - Quando pronuncia queste parole è quasi rassegnato all'ineluttabilità del suo destino di padre; tuttavia tenta ancora una volta l'ultima, disperata carta del tono commiserevole. Voi, per contro, avete sviluppato negli anni una corazza di insensibilità per queste situazioni pari forse solo a quella di un kamikaze talebano, e quindi gli rispondete come sempre: - Sì babbo. - - Va bene. Alla mamma l'ho detto io, però chiamala mentre sei per strada. - - Sì babbo. - - Senti... Ma non è il caso che provi a risentire da Annalaura se vuole venire con te? Magari ti raggiunge domani col treno. - No babbo. - - Ma sei sicura? Gliel'hai chiesto? - - Sì babbo. - - E' una ragazzina tanto per bene, te l'ho sempre detto. Anche la sua famiglia. La dovresti frequentare più spesso. - - Sì babbo. - - Magari potrebbe anche presentarti un ragazzino a modo, no? - - Sì babbo. - (non sbuffate, per l'amor di Dio non sbuffate! Altrimenti perderete sicuramente il traghetto a Villa San Giovanni!) - Glielo hai chiesto di presentarti uno dei suoi amici? - - No babbo. - - Ecco vedi, è per questo che vai in vacanza da sola. Ma io dico, sei una ragazza tanto intelligente, tanto carina, ma è mai possibile che tu debba fare ancora queste vacanze da maschiaccio, per di più da sola? Camilla e Alessandra vanno via con i fidanzati, non potresti farlo anche tu? - - Sì babbo. - - Promettimi che quando rientri telefoni ad Annalaura e le chiedi se una sera ti fa uscire con uno dei suoi amici. - - Sì babbo. - - Promesso? - - Sì babbo. - Qualche altra frazione di attimi di silenzio imbarazzato. Vostro padre ha appena capito di avere toccato un tasto dolente e quindi decide di non insistere sull'argomento, tuttavia non riesce a staccarsi da voi e si aggrappa disperatamente a qualche altra raccomandazione. Voi, intanto, state indossando il casco. - Allaccialo bene. - - Sì babbo. - - E' allacciato bene? Che non sia lento. - - No babbo. - - Nemmeno troppo stretto, che poi ti viene mal di testa. - - Sì babbo. - - Se mentre guidi ti viene mal di testa fermati all'ombra e bevi un po' di acqua fresca. - - Sì babbo. - - Ma non gelida, che ti fa male! - - No babbo. - - Ce l'hai la bottiglia dell'acqua con te? - - Sì babbo. - - Ce l'hai comoda? Nel bauletto qui dietro? - - Sì babbo. - - Va bene. Hai preso i soldi al bancomat? - - Sì babbo. - - Lo sai che non voglio che viaggi senza soldi. Ne hai prelevati abbastanza? - - Sì babbo. - - Ricordati di andare piano. - - Sì babbo. - - E sei stanca fermati a riposare. - - Sì babbo. - - Ma fermati appena ti senti stanca, non cercare di fare della strada per vedere se ti passa! - - No babbo. - - Fermati nelle piazzole di sosta, o meglio negli autogrill, è meno pericoloso. - - Sì babbo. - - Non dare confidenza agli estranei: non fermarti vicino ai camionisti, od ai ragazzacci. - - No babbo. - - Cerca di fermarti vicino alla macchina di una famiglia, o di una coppia come me e la mamma. - - Sì babbo. - - Quando ti fermi approfittane per telefonare. E anche per fare la pipì, ricordatelo - - Sì babbo. – - Non farmi stare in pensiero. – - No babbo. - Sembra proprio che vi abbia detto tutto. Scavalcate con la gamba destra la sella della moto, impugnate il manubrio e fate il gesto di mettere in moto. Papà vi guarderà con gli occhioni lucidi ed ostinatamente non distoglierà lo sguardo: voi deponete per un attimo la maschera ostile ed insensibile, quasi indifferente, che avete ostentato fino a quel momento e con aria sicura e determinata, ma sorridendo, ditegli convinti: - Papà, stai tranquillo: andrà tutto bene. - - Sì... - Abbracciatelo, fategli due coccole sulla schiena, mostratevi entusiasti della decisione che avete preso, assumete un'espressione degna di chi sta partendo per delle ferie scandalosamente lunghe, mettete in moto e levate il cavalletto. - Ciao babbo. - - Ciao Titta. - - Ti telefono quando mi fermo a fare benzina. - - Sì, va bene. Ricordati. E vai piano! - Ricomincia la litania. Ma voi avete già accelerato e vi state recando, con un sorriso smagliante, al casello dell'autostrada, direzione Reggio Calabria. Fate buon viaggio. E telefonate a casa, mi raccomando.
June 09 IL PICCOLO PRINCIPE In quel momento apparve la volpe.
"Buongiorno", disse la volpe. "Buongiorno", rispose gentilmente il Piccolo Principe, voltandosi: ma non vide nessuno. "Sono qui", disse la voce, "sotto al melo...". "Chi sei?" domandò il Piccolo Principe. "Sono una volpe", disse la volpe. "Vieni a giocare con me", le propose il Piccolo Principe, "sono così triste...". "Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomesticata". "Che cosa vuol dire addomesticare?", chiese il Piccolo Principe. "E' una cosa da molto dimenticata", rispose la volpe. "Vuol dire creare dei legami...". "Creare dei legami?", domandò stupito il Piccolo Principe. "Certo.", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, ed io sarò per te unica al mondo.". "Comincio a capire...", disse il Piccolo Principe. La volpe continuò: "La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. Ed io perciò mi annoio. Me se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto la terra. Il tuo, invece, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi laggiù, in fondo, i campi di grano? Io non mangio il pane, ed il grano, per me, è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è così triste! Ma tu hai i capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. Ed amerò il rumore del vento nel grano...". La volpe tacque, e guardò a lungo il Piccolo Principe; poi disse: "Per favore... addomesticami.": "Volentieri.", rispose il Piccolo Principe, "Che cosa bisogna fare?". "Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino...". Il Piccolo Principe ritornò l'indomani. "Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora.", disse la volpe. "Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Con il passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti.". "Che cos'è un rito?", chiese il Piccolo Principe. "Anche questa è una cosa da tempo dimenticata.", disse la volpe. "E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore.". Così il Piccolo Principe addomesticò la volpe. E quando l'ora della partenza fu vicina: "Ah!", disse la volpe, "... piangerò". "La colpa è tua!", disse il Piccolo Principe. "Io non volevo farti del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi...": "E' vero.", disse la volpe. "Ma piangerai!", disse il Piccolo Principe. "E' certo.", disse la volpe. "Ma allora che cosa ci guadagni?", chiese il Piccolo Principe. "Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano.". Antoine de Saint-Exupéry, 1943. May 27 NEW YORK NEW YORKNew York è esattamente come me la ricordavo, anche se sono passati ormai sedici anni. I grandi alberghi, gli atri maestosi e lussuosi dei palazzi residenziali aperti trionfalmente e pomposamente sulle Avenue trafficate, i taxi gialli, il viavai dei pedoni frettolosi, le mille etnie differenti, i barboni col carrello, i venditori di hot-dog agli angoli delle strade. Cammino lungo la 12 Strada, giro l'angolo in prossimità della drogheria, alzo gli occhi e mi aspetto di vederle, le torri di vetro. Belle, alte, luccicanti nella luce del sole del primo pomeriggio. Non ci sono. Ma come? Stavano lì, me le ricordo, ho anche la foto. Ho la foto, me l'ha fatta Lucia, avevo 18 anni. Indossavo una magliettina rosa e bevevo un bicchiere enorme di Coca Cola, me la ricordo la foto, ce l'ho sulla scrivania, ero buffa vestita da turista, con lo zaino in spalla e le Superga blu, mentre bevevo Coca Cola con la cannuccia e sorridevo a Lucia, con le Torri alle mie spalle. Erano lì, le Torri Gemelle. Io me le ricordo. Avevo 18 anni, era il 1991, ma io me le ricordo. Erano lì, in fondo alla strada, spiccavano alte dai palazzi in pietra rossiccia del quartiere. Erano lì. Io me le ricordo. Non c'è niente, in fondo alla strada: non c'è niente, dietro alle palazzine tutte uguali in mattoni rossi, con le finestre Art Déco annerite dallo smog tutte in fila l'una di seguito all'altra, con le scale antincendio in ferro arrugginito che tagliano diagonalmente le facciate dei palazzi. Un'idea tutta americana, quella di mettere le scale antincendio sulla facciata di un palazzo. Un'idea tutta americana, quella di mettere il ballatoio proprio all'altezza dei davanzali. Noi italiani, che viviamo blindati dietro ad inferriate inespugnabili perfino se stiamo all'ottavo piano, non potremmo concepire di avere qualcuno che ci passeggia sul ballatoio sospeso a venti metri da terra proprio mentre ci facciamo la doccia. Non ci sono le Torri, in fondo alla strada. C'è solo il cielo azzurro, dietro ai tetti. Ma erano lì le Torri, io ho la foto, me le ricordo. Erano lì. Io bevevo Coca Cola, con lo zainetto in spalla e le Superga ai piedi, e loro erano lì, dietro di me. Si vedono bene, nella foto che mi ha fatto Lucia. Loro erano lì. E adesso non ci sono più.
Non ci credi finché non lo vedi, l'11 settembre. Non ci credi, non lo ritieni possibile, ti ripeti fino all'ultimo momento che è stata un'esagerazione dei media, un bruttissimo spettacolo televisivo, uno scherzo alla Orson Wells. Non ci credi, non esiste l'11 settembre fino a che non lo vedi, fino a che non ti ci ritrovi davanti. Allora sì, che lo vedi. O meglio, che NON lo vedi. Perchè non c'è nulla, non è rimasto nulla, non hanno lasciato nulla. Tu arrivi in questo posto, ti aspetti di trovare qualcosa, e non vedi nulla. Perchè non c'è nulla da vedere. Non è rimasto nulla, non hanno lasciato nulla, non c'è niente. Uno spiazzo ampio come Piazza Maggiore, due volte Piazza Maggiore, tre volte almeno, Piazza Maggiore. E niente altro. Questo vuoto ti assorbe, ti annichilisce, ti cattura. E' il nulla di Fantàsia, è come un buco nero, ha un potere gravitazionale talmente forte che risucchia ogni cosa - colori, luce, suoni, odori. Risucchia le persone, Ground Zero. E' lì, davanti ai tuoi occhi, sotto ai tuoi piedi, freddo come il Bacio dei Dissennatori; tu tieni gli occhi sbarrati davanti ad un baratro profondo come l'universo, come l'animo umano, come la cattiveria e la follia dell'invasato che l'ha concepito. C’è racchiuso tutto l’horror vacui dell’umanità, a Ground Zero. Stai lì, guardi, e non vedi nulla. Dà le vertigini, Ground Zero. E mentre si scende, al suo centro, lungo la passerella in cemento, sembra di avvicinarsi al centro dell’inferno. Solo che non ci sono le fiamme, in questo inferno: non ci sono i fiumi di lava, non fa caldo, non ci sono i demoni in questo freddo inferno. Fa freddo, a Ground Zero. Il freddo del vuoto, del nulla, tutto il freddo del vuoto cosmico è lì, in quello spiazzo, che nemmeno sotto il sole più rovente riesce a scaldarsi. In effetti, non c’è, apparentemente, davvero nulla di infernale in questo inferno. Solo silenzio, qualche mulinello di polvere, e la targa in bronzo posta in fondo alla discesa, laddove prima, una volta, sei anni fa, dieci anni, sembrano mille anni fa, svettavano alte e maestose le Torri Gemelle, trionfo dell’americanismo tutto soldi, vetro, ferro e cemento.
Io lassù ci sono stata, sulle Torri, intendo: sedici anni fa, dall'alto dei miei diciotto anni, tronfia e presuntuosa come tutti i diciottenni, convinta di avere in mano la mia vita e tutto il mondo; e da lassù lo guardavo, questo pazzo mondo, convinta che una volta scesa sarei stata in grado di dominarlo. E quel martedì di settembre, ormai così lontano, inchiodata davanti alla televisione, ho chiuso gli occhi ed ho rivisto quel panorama mozzafiato: l'oceano, le strade intricate, le nuvole, la piccolezza del singolo uomo e la grandezza e genialità del genere umano. E so, perché l'ho capito sedici anni fa, mentre quelle tonnellate di acciaio oscillavano sotto i miei piedi, apparentemente così esili eppure così poderose, o forse apparentemente così poderose ed invece così esili, che l'unica cosa che avevo in mente, scendendo dalla cima del grattacielo, non ero io, non era il mio futuro, non era la mia pretenziosità, la mia esuberanza, il mio egoismo: ma la consapevolezza di trovarmi nel Paese più orgoglioso - e più degno di esserlo - che Dio potesse creare; un Paese di gente che si è veramente fatta da sola, mandriani, pezzenti, schiavi, ma soprattutto lavoratori che credevano, e credono, nella libertà. Nel Sogno Americano. Mi dissi che ci avrei portato i miei figli, sulla cima delle Torri Gemelle: non capiterà. Non capiterà, sicuramente perché le Torri non ci sono più, e probabilmente anche perché di figli non ne avrò. Comunque, resta il fatto che lì, al posto dei grattacieli gemelli, c’è un grande buco, e basta.
Non ci sono più, le Torri Gemelle. Non che mi aspettassi di vederle, tornando a New York dopo tanti anni. Però credevo che almeno l’immagine, almeno l’illusione, pensavo che quanto meno una pallida ombra, una sensazione ne sarebbe rimasta. E invece non c’è nulla. Non è rimasto nulla, non hanno lasciato niente. Niente, a parte questo buco immenso. Il buco nella città riflette il buco nell’anima, di questa Grande Mela. Che in fondo, senza le sue Torri, non è nemmeno più tanto grande, e neppure più tanto rossa.
Ciao Steph.
Lettera a Stefano, maggio 2007
December 28 NEVE DI BOLOGNADue settimane fa a Bologna ha nevicato. Solo due ore, a pomeriggio inoltrato: le strade erano illuminate dai lampioni, dalle luci dei negozi e dai fari delle auto. Le strade di poco passaggio invece, quasi buie, eccezion fatta per i radi e fiochi lampioni, lampioni di second'ordine, in quelle strade di second'ordine, si sono imbiancate subito. I pochi passanti, frettolosi e freddolosi, avvolti nei loro pastrani e nelle sciarpe sollevate fino a coprire quasi gli occhi, lasciavano le orme sui pochi millimetri di neve caduta. La Lety guardava la neve, dalla vetrina del suo negozio: l'albero di Natale sulla destra, un tavolino con un piccolo lume sulla sinistra, tanti pacchetti da fare sul tavolo. La Lety guardava la neve preoccupata, il Burgman era parcheggiato nella via in angolo, sarebbe stata dura andare a casa quella sera. Ma guardava la neve anche con gioia, i fiocchi bianchi, soffici e giganteschi che cadevano silenziosi ovattavano l'atmosfera, rendendo silenziosi anche i grandi autobus che, quando transitano in corsa sui lastroni di Strada Maggiore, fanno tintinnare i vetri delle cristalliere. Carta verde, nastro rame. Prima un nodo, poi il fiocco, il tocco finale con il nastrino di raso, l'etichetta. La neve che cade leggera ha un odore azzurro, striato di blu, nelle sue note più alte - le più fredde. L'aria gelida, del colore di una perla, odora di ghiaccio misto ad un suono stridulo di violino. Sembra un bambino che piange - o forse sta solo ridendo. Carta marrone, nastro verde. Il nodo, il fiocco, il nastrino di raso, l'etichetta. I motorini sfrecciano veloci, nel tentativo di arrivare a destinazione prima che le strade si blocchino definitivamente, rendendo impossibile il ritorno a casa sulle due ruote. Ma la neve, che ormai cade copiosa, sopisce qualunque rumore, e gli scooter paiono comparse di un vecchio film muto, uno di quelli con la colonna sonora suonata al pianoforte... ed il pianoforte si sente veramente, in negozio: ma è il concerto di Rachmaninov, lo stereo collocato dietro al paravento lo suona infaticabilmente ormai da alcune ore.
Carta rame, nastro oro. Nodo, fiocco, nastrino di raso, etichetta. La neve continua a cadere. Dopo un paio d'ore ha cominciato a piovere, la neve si è disciolta in pochi minuti. La strada era tornata ad essere il solito pantano maleodorante, l'aria era nuovamente grigia, la pioggia ha un odore color prugna; gli autobus di nuovo rumorosi, le auto di nuovo arroganti, i motorini di nuovo sfrontati. Carta blu, nastro blu. Il suo preferito. Prima il nodo, poi il fiocco, il nastrino di raso, infine l'etichetta. Questo è venuto proprio bene. La Lety ha guardato fuori, tirando un sospiro a metà fra il deluso ed il sollevato. Il ritorno a casa non sarebbe stato troppo difficile. Poteva tornare a concentrarsi sul suo pacchetto.
Lettera a Stefano, 21 dicembre 2003 November 15 IL VELISTA (I)
IL VELISTA (II)
October 04 LETTI IN UN SORSO- Santo Cielo! Ma l’hai vista com’è vestita quella? Le bottiglie se ne stavano, tutte allineate in bell’ordine, sugli scaffali del supermercato. Quelle delle regioni del nord, superbe ed altezzose, guardavano di sottecchi verso il fondo della corsia, dove le bottiglie dei vini del centro-sud si intrattenevano in conversazioni chiassose e, secondo il giudizio delle prime, piuttosto inutili. Era stato uno Zibibbo a parlare, riferendosi ad una grassa signora dai capelli tinti di rosso che spingeva un carrello stracolmo di cibarie con fare incerto e passo piuttosto ondulante. Il Cirò allungò a sua volta lo sguardo sulla matrona e scosse la testa, senza osare aggiungere alcunché. Un Malvasia delle Lipari si sentì allora in dovere di commentare: - Certo che a quest’ora c’è della gente… solo verso sera va meglio, quando arrivano tutti quei bei signori con il vestito grigio e le cravatte eleganti. Qualche metro più indietro, un Morellino ne approfittò per inserirsi nella conversazione; tenuto al confine fra le noiose bottiglie settentrionali, che non aprivano quasi mai bocca, ed i Sassicaia, che ritenendosi blasonati non davano confidenza a nessuno, spesso si annoiava: - Eh, loro sì, che ci guardano! E come, ci guardano! Ci soppesano, ci girano in mano, leggono le nostre etichette… Il Malvasia annuì convinto. - L’unica cosa che non mi va molto del loro comportamento – proseguì il rosso toscano – è che ci impongono la compagnia a tavola: mai che ci lascino liberi di scegliere! Io, per esempio, li sento sempre parlare di arrosti e di bistecche al sangue… E pensare che a me la carne non piace nemmeno! Figuratevi, sono vegetariano, io! Un Alcamo bianco stava seguendo con attenzione tutta la conversazione. Viveva da tempo una turbolenta passione per i gelati alla vaniglia, che lo guardavano ammiccanti dallo scaffale di fronte, ma non venendo ricambiato si struggeva in monologhi malinconici, ed era spesso di cattivo umore. Rivolto dunque più a se stesso che alle altre bottiglie, con tono lamentoso approfittò della pausa del Morellino e prese la parola: - Non me ne parlate, ah, non me ne parlate! – ed a questo punto portò la mano alla fronte in un gesto teatrale di disapprovazione; - io, ai crostacei, ci sono proprio allergico! Appena mi ci avvicino, ecco che prendo tutto a gonfiarmi sul collo, e mi viene da grattarmi ovunque… La pasta al ragù, invece: quella sì che mi piace! Ma non c’è verso, tutti quelli che mi comperano, prima mi fanno prendere un raffreddore nel frigorifero, e poi mi piazzano in tavola con questi vassoi di gamberi, astici ed aragoste… Ed io ho un bel da lamentarmi, sapete? Ah, eccome che mi lamento! - e ripeté il gesto teatrale di prima, questa volta più marcato per renderlo maggiormente drammatico - Ma quelli… macché, non mi danno mai retta. Col gelato, allora, gli dico: niente, non mi vogliono ascoltare. Pare anzi che non mi sentano proprio! E, con un lungo sospiro, si ingobbì nel suo spazio, stretto fra un Corvo Glicine ed un Donnafugata. Proprio in quel momento si avvicinò un ragazzo sui trent’anni, in jeans e camicia blu. Prese dapprima il Corvo, ne lesse l’etichetta, la confrontò con quella del Colomba Platino (che lo convinceva davvero poco, a giudicare dall’espressione), poi lo rimise a posto ed afferrò l’Alcamo, posandolo nel carrello. Il viaggio sulla vecchia vespa bianca fu breve; nel sacchetto giallo, appeso sotto alla sella, l’Alcamo fece amicizia con una vaschetta di rucola, che con forte accento romagnolo gli raccontò tutte le storie sul Passatore, mangiatore di piada e gran bevitore di Albana. Improvvisamente, fu tutto buio per l’Alcamo; buio e freddo. Freddissimo, anzi. Rabbrividiva tutto, sdraiato in quel posto gelido. E cos’era mai? Ma come, un minuto prima stava sul tavolo della cucina, ed un minuto dopo, s’apre una porta, s’accende una luce, poi la luce si spegne e tutto si copre di brina. Quasi non riusciva a muoversi, da tanto freddo aveva. Volse giusto gli occhi, prima da un lato e poi dall’altro, per vedere se era il solo, lì dentro. A destra, una confezione di bastoncini di pesce immobili come stoccafissi. A sinistra, nell’oscurità, intravide una forma… tonda da un lato… con una punta… di colore azzurro… Mamma Santa! Era un Cornetto! Oh sì, era proprio un Cornetto! Era lì, sdraiato sensualmente al suo fianco, e si immaginava la vaniglia nuda, sotto a quel vestitino attillato celeste, con quei suoi bei capelli di cioccolato e nocciole… Audacemente, si avvicinò. Sorrise, ed allungò un braccio attorno a quel vitino così ben tornito. Il Cornetto parve apprezzare, ed ebbe un brivido. Incoraggiato, l’Alcamo si avvicinò ancora di più, e si distese al suo fianco. Scostò leggermente la confezione azzurrina, e diede un morso a quella dolcissima vaniglia; quest’ultima si sfilò del tutto il sottile involucro che la conteneva, e si concedette con passione al focoso siciliano. D’improvviso, tornò la luce. - Laura! E’ scoppiata la bottiglia… Ci dobbiamo aprire una birra, con le tagliatelle di tua madre!
Testo presentato al concorso letterario "Letti in un sorso" 2006 September 14 LA MERENDA DEL VELISTAPane e Nutella. E’ una vita che lo mangiate, ma non l’avete mai mangiato come ve lo sto proponendo io… Innanzitutto il pane. Scommetto che siete abituati a spalmare la Nutella ovunque vi capiti, purché il supporto contenga almeno il 40% di farina: pane in cassetta, fette biscottate, crackers, grissini, baguette, ciabatte, zoccoletti, barillini, brioches, magari anche i biscotti… bleah! Onnivori sì, ma non fino a questo punto… E magari siete convinti che l’accoppiata migliore per il Nettare degli Dèi sia l’insipido toscano… dilettanti! Cominciate dal pane, dunque. Un bel pane integrale, di quello rustico, con la farina macinata grossa, magari con qualche seme intero all’interno. Niente supermercato! Andate dal fornaio, e da uno bravo. Comperate una forma di pane di circa un chilo di peso (lasciate perdere i panini, è tutta crosta), tonda o semilunga. Andate a casa, posatelo sul tagliere e tagliate delle belle fette spesse almeno un dito; il pane ci deve essere, sotto alla Nutella. Altrimenti tanto vale comperare del carasau e rovinare tutto con quello. A questo punto, pensate voi, la Nutella? No. Prendete un peperoncino. La qualità migliore è l’Habanero, quello messicano, piccolo, quasi tondo, carnoso, rosso fuoco e piccantissimo. Se proprio non l’avete trovato, ripiegate sul solito calabrese: ma sappiate che state perdendo un terzo della riuscita della vostra merenda. Troppo piccante? Non ve la sentite? Un Jalapeno, allora: ma rosso, non verde. Facciamo comunque conto che abbiate il peperoncino giusto. Tagliatelo a metà nel senso della lunghezza, come se fosse un pomodoro; se avete avuto cura di sceglierlo bello carnoso, dovrebbe stillare qualche goccia di succo. Prendete la vostra fetta di pane, afferrate il peperoncino con due dita e strofinate la parte appena tagliata sulla mollica. Avete presente come fate per la bruschetta? Esatto, fate finta di preparare quella, usate il peperoncino come se fosse uno spicchio d’aglio. Per questo il pane deve essere di eccellente qualità: la mollica deve sopportare lo strofinamento, deve essere morbida ma compatta, come quella del Pane d’Altamura. Ehi, che non vi venga in mente di tostare prima il pane per seccare la mollica! Assassini! Strofinate il peperoncino dunque. Se siete coraggiosi, lasciate anche qualcuno dei semini biondi che sicuramente saranno rimasti attaccati al pane; ma non esagerate, basta il profumo. Poi, finalmente, mettete mano al barattolo di vetro. Affondate il coltello e raccogliete una bella noce grossa di crema; gustatevela con gli occhi mentre fila, date un bel colpo di polso per staccarla di netto dal resto della massa e dedicatevi alla spalmatura. La mamma non vi sta guardando, codardi: quindi abbondate pure. Ecco, adesso è ora di merenda. Se avete seguito tutte le istruzioni passo passo, ve la siete meritata. Il non plus ultra? Usate il pane alle noci. Ed accompagnate con un bicchiere di Zibibbo, o con un Malvasia delle Lipari. A Salina ne vendono uno eccezionale. Se invece volete fare i raffinati… il Dindarello fa al caso vostro. State pasteggiando con tre – o meglio quattro - fette di pane e Nutella? Allora vi ci vuole un rosso, un vero rosso: osate, osate pure. Ci sta bene di tutto, dal Recioto al Marzemino allo Schioppettino; vi sentite in vena di follie culinarie? Beveteci dietro un Sangiovese di Romagna ruspante, e che non se ne parli più.
August 28 IL PORCHEGGIO DELL'ORMEGGIOAlla scuola di patente nautica insegnano una sola manovra d’ormeggio, quello all’inglese, ovvero sul fianco. E’ di una semplicità allarmante: ti mettono in una darsena deserta al centro del canale, e ti dicono di affiancare la banchina di dritta, che è sgombra da imbarcazioni per circa un chilometro e mezzo; tu non devi fare altro che mandare il motore avanti, prendere una modesta velocità, puntare a 45 gradi esatti il molo e quando la prua sta per toccarlo dare un colpo di motore all’indietro e contemporaneamente esercitare una lieve rotazione sul timone. Finito. Non ti dicono altro. E, politically correct, all’esame non ti fanno fare altro. Poi scopri che a Port Toga (Corsica) devi ormeggiarti all’inglese a sinistra, con una barca di dodici metri in uno spazio di tredici, sotto raffica, facendo lo slalom fra le prue e le trappe delle imbarcazioni ormeggiate saggiamente di poppa nella banchina a fianco (distanza stimata: circa quattro metri). E naturalmente con le cime d’ormeggio te la devi sbrigare da solo. Per fortuna, gli ormeggiatori dei porti turistici sono estremamente cortesi e pazienti, (oltreché capaci di esprimersi in otto lingue diverse, sospetto anche in sanscrito) e sono soprattutto abituati alla totale inesperienza e follia che spinge in mare tutti i neo-patentati. L’avete mai notato? La stragrande maggioranza dei diportisti che navigano nei nostri mari sono in possesso della patente nautica da meno di otto anni, è un dato matematico. Trascorso questo periodo molti di loro si danno all’alpinismo. Saggia decisione, il più delle volte.
L’inesperienza causa spesso situazioni imbarazzanti. Tutti i diportisti privi di esperienza ritengono che la propria barca abbia due personalità, una che si rivela nelle andature a vela e l’altra, diametralmente opposta, in quella a motore, e che queste siano completamente scisse tra loro. Inoltre, mentre la prima situazione li fa purtroppo spesso regredire ad uno stadio neanderthaliano (li avete presenti tutti quei naviganti da Bavaria che ritengono loro insindacabile diritto andare in giro completamente nudi solo perché stanno su una barca, anche se si trovano ad incrociare a trecento metri dalla spiaggia in mezzo ai pedalò?), quando il diportista accende il motore si trasforma in ciò che è in realtà: un automobilista. E pretende che la sua barca si comporti come la sua automobile, né più e né meno. Ora, quando si va in auto, lo sapete anche voi, è tutto molto semplice: accelerate e la macchina va avanti diritta, girate il volante a sinistra e la macchina va a sinistra, girate il volante a destra e la macchina va a destra. Semplice no? Infatti ci riescono anche i maschi.
In barca non è così. Le cose si complicano già per andare diritto, ed infatti se tenete il timone al centro e date motore la barca non va avanti dritta: si chiama effetto evolutivo dell’elica, e bisogna compensarlo ruotando leggermente il timone. Se poi volete girare a destra od a sinistra dovete sì ruotare il timone rispettivamente a destra od a sinistra, ma non è sufficiente: sarebbe troppo facile, altrimenti. Dovete tenere presente che l’angolo di rotazione spazzato dalla poppa dell’imbarcazione è il doppio di quello spazzato dalla prua (per noiose questioni di momento di rotazione, fulcro ed altre similari banalità), e quindi mentre fate attenzione a non speronare lo Swan di fronte a voi con il buttafuori, rischiate di dare una sensuale ma fatale botta col giardinetto al Sun Odyssey che vi sta a fianco.
Immaginatevi quindi la retromarcia. In automobile ci si slaccia la cintura di sicurezza, si aggiustano gli specchietti retrovisori, si abbassa il volume della musica per concentrarsi meglio, si controlla di avere cammino libero, si fa un bel respiro, si inserisce la marcia, ci si volta all’indietro abbracciando il sedile del passeggero (o direttamente il passeggero, se è carino) e si dà moderatamente gas; in questo modo si va approssimativamente diritto. I più scafati fanno la manovra senza voltarsi, fidandosi ciecamente degli specchietti. Che sono appunto ciechi in certi punti, e quindi a volte portano ad esiti indesiderabili. In barca è un macello. Motore all’indietro, timone da un lato e la prua oscilla prima a destra e poi a sinistra, apparentemente indecisa sul da farsi, fino ad infilare decisa la poppa nel fianco dell’imbarcazione più costosa ormeggiata in porto. Quindi il suggerimento è: senza dar conto a quello che vi urlano dalla banchina, ignorando completamente i compagni di navigazione che vi suggeriscono mosse assolutamente sbagliate, e dimenticandovi per una volta della tanto odiata automobile, tentate piccolissimi colpi di motore accompagnati da lievissimi movimenti del timone, fingendo assoluta sicurezza, fino a che non trovate la combinazione ideale che vi consenta di infilarvi nel posto barca che vi è stato assegnato; il più delle volte si tratta di improbabili combinazioni di manovre tipo colpo di motore - rotazione del timone a destra - motore indietro - timone a destra e poi a sinistra - colpo di tosse - ginocchiata alla bussola - motore avanti - imprecazione - motore indietro - timone in bando - folle - colpo di reni - preghiera a Sant’Antonio - motore indietro; ma il più delle volte funziona. Ah, una curiosità: lo sapete come mai i motoscafi vanno diritto senza dover maneggiare il timone come si fa con la barca a vela? No? Allora ve lo dico io, in realtà è semplicissimo. Hanno due eliche, che ruotano in versi opposti per annullare gli effetti evolutivi. Facile no? Così anche persone completamente prive di cervello, come appunto sono quelli che possiedono un motoscafo, possono andare a zonzo per il mare, disturbando i velisti. August 09 GENTE DI PORTOVERDESulla spiaggia di Portoverde c'è tanta gente, adesso che è agosto. Ci sono famiglie con bambini, coppie anziane senza figli, coppie di mezza età che parlano dei figli in vacanza lontano, coppie di giovani che pensano al futuro, donne sole, uomini soli, anziani che passeggiano e bambini che fanno il bagno. C'è un'anziana coppia di farmacisti bolognesi, di lui - bellissimo uomo, nonostante l'età - si dice che abbia avuto più amanti di un marinaio, ma al termine di ogni viaggio è sempre ritornato al suo porto; di lei non si dice nulla, salvo che sia stata una donna molto paziente e molto virtuosa. Parlano sempre dei loro figli, allevati con amore e con saggezza, cresciuti con perizia e lasciati volare via al momento giusto. Ci sono i Taylor, una coppia di inglesi scappati da una madrepatria dal clima troppo inospitale: lui è vedovo, lei non si sa bene ma qui a Portoverde nessuno se ne cura: l'unica cosa di cui si chiacchiera sul loro conto sono il balcone fiorito della loro casetta sulla darsena ed il profumo di pudding che ne esce ogni domenica. C'è un gruppo di anziani incalliti giocatori di bocce, che trascorrono ore ed ore sul cemento rovente sfidandosi in interminabili partite, mentre le mogli - vecchie matrone tutte uguali, con i loro chili di troppo, i loro costumi a fiori sgargianti ed i loro capelli grigi e permanentati avvolti in retine, foulards e bigodini - fanno il tifo, esultano, urlano nei loro dialetti incomprensibili, mangiano piada e bevono vino ruspante. Ci sono i bimbi che si arrampicano sulla casetta dei pirati, quella con tanto di bandiera nera e teschio, e quotidianamente ce n'è almeno uno che si sbuccia le ginocchia e squarcia l'aria immobile con il suo pianto disperato. Ci sono le bimbe che fanno il bagno con i loro costumini colorati, che si spruzzano sul bagnasciuga e si fanno rincorrere dalle madri ormai stanche di richiamarle a riva, madri simili a veneri immolate sulla battigia, avvolte nei loro parei eterei, con i teli di spugna che sventolano al sole ed i grandi cappelli di paglia che ombreggiano i loro volti. C'è una compagnia di ragazzi chiassosi, che scendono in spiaggia a pomeriggio inoltrato perché rimasti vittime delle discoteche e della vita notturna in quel di Riccione; arrivano per l'ora della merenda, ordinano cappuccino e brioche, esibiscono gli shorts un po' lunghi, all'ultima moda, si aggiustano le collanine di perline attorno al collo, inforcano gli occhiali da sole e si sdraiano alla luce dell'imminente tramonto discutendo di dove li porterà la serata ormai prossima. C'è un'anziana professoressa di lettere, zitella acida ed incartapecorita, con un turbante arancione in testa, che arriva al mattino prestissimo, fa la sua passeggiata con le gambe in acqua, poi si siede sotto l'ombrellone a sferruzzare e ci rimane, immobile, fino a sera, alzando gli occhi solo per criticare aspramente ciò che accade attorno a lei: violenza, maleducazione, urla, parolacce, ignoranza... ai suoi tempi era tutto diverso, ama ripetere agli sventurati vicini di sdraio. C'è una coppia di genitori con la figlia adolescente, bellissima seppur ancora acerba; si preoccupano tutto il santo giorno di dove vada, cosa faccia e con chi sia, e la tengono gelosamente al loro fianco senza permetterle di allontanarsi per più di cinque minuti. Lei scrive tutto il tempo con il suo Nokia rosso, ogni tanto le si illuminano gli occhi e si rannicchia volgendo le spalle ai familiari, poi comincia a scrivere fitto fitto ed aspetta trepidante una risposta che le faccia trillare nuovamente il telefono ed il cuore. C'è Oscar il bagnino, figura felliniana che sembra uscita da uno schermo del cinematografo, che arriva tutte le mattine all'alba per preparare la spiaggia: apre gli ombrelloni, sistema i lettini, raccoglie le cartacce, rastrella la sabbia, spazza la passerella, prepara i pattìni ed i pedalò, mette in ordine le cabine; poi, con la pelle nerissima e lucida, gli occhiali a specchio ed i capelli rasati, senza un'età definibile e senza nemmeno un aspetto facile da identificare, si siede sotto il suo ombrellone in riva al mare, apparentemente distratto ma in realtà vigile ed attento a tutto ciò che gli capita intorno: durante il giorno medica ginocchia sbucciate, soffia su ferite rosse di tinture di iodio, applica ammoniaca sulle punture di medusa, consola pianti disperati ed apparentemente irrefrenabili, vuota i cestini della spazzatura, ascolta interminabili e sconclusionati discorsi di donne annoiate, discute di calcio, politica, razzismo e medicina con mariti stanchi di dialogare sempre e solo con le loro pallosissime mogli, allunga gli occhi sulle natiche delle ragazze stese al sole e commenta fra sè e sè fatti di cui solo lui conosce l'esistenza. Instancabile nel suo ruolo, la sera, quando tutti, stanchi ed annoiati, ubriachi di sole e di abbronzante, abbandonano la spiaggia, lo si vede in giro per gli ombrelloni, carico di sferzante energia, che rastrella, rassetta, riordina, pulisce, raccoglie, sposta, alza, abbassa, trascina, spinge... C'è una coppia di ragazzini giovani, fidanzatini, buffissimi nella loro tenerezza. Lui è piccolo, magro, con i capelli nerissimi e gli occhi profondi; abbronzatissimo, parla di musica, motociclette e del suo lavoro in catena di montaggio in una fabbrica di Cesena. Lei è enorme, due spanne più alta di lui, grassa, grassissima, rubiconda, intollerante al sole, con due occhioni azzurri enormi, chiarissimi e perennemente nascosti da mille e mille paia di occhialetti colorati; giovanissima, fa le parole crociate e gioca spostando i sassi attorno al suo lettino. Ogni tanto interrompono quello che stanno facendo, e rimangono immobili a guardarsi, senza dirsi nulla per ore ed ore. Poi si incamminano silenziosi verso il molo. C'è una coppia di giovani sposi con una bimba, lui gestisce una palestra in provincia di Bologna e trascorre tutto il suo tempo a curare il proprio corpo; la moglie è una giovane ragazza bionda, alta e snella, un po' fragile, spesso silenziosa, a volte malinconica, che passa l'intera giornata con la loro bambina. Lui si lamenta di continuo con gli amici - non parla d'altro - che da quando lei, due anni prima, è rimasta incinta, non è più bella come una volta, il suo fisico ne ha risentito, e non ha più voglia di andare in palestra con lui tutte le sere, come facevano da fidanzati e da sposini freschi di nozze. C'è una ragazza in vacanza con il padre, un uomo troppo giovane per essere definito anziano e troppo vecchio per essere detto di mezza età. Lui gira in bicicletta, va a fare la spesa, poi verso l'una arriva in spiaggia con il giornale, sistema i lettini in direzione del sole, guarda il mare, poi l'orologio, poi nuovamente il mare con aria irrequieta, poi nuovamente l'orologio con impazienza, alla fine si rassegna e comincia a leggere le notizie politiche ed economiche. Lei si alza tutte le mattine alle otto, si mette in ordine, salta la colazione perché è convinta che quello sarà il giorno giusto per mettersi a posto con se stessa, inforca la bicicletta e va verso Riccione; avvolta nei suoi parei dai colori sgargianti e nelle canottierine pastello, dedica tutta se stessa al negozio di gioielli ed antichità in cui lavora: prepara le vetrine, le scruta con aria critica, sposta un bracciale ed aggiunge un paio di orecchini di corallo presi dalla cassaforte, spazza l'ingresso, toglie le ditate dei bambini - ma spesso anche degli adulti - dalle vetrate, cambia l'acqua ai fiori, sprimaccia i cuscini delle poltrone, poi si siede dietro al tavolo del Seicento ed attende, fiera e sorridente, clienti e curiosi. Qualche ora dopo abbandona la postazione, sale nuovamente sulla sua bicicletta bordeaux, pedala in tutta fretta ed in quindici minuti è a casa: pochi istanti per sfilarsi gli abiti ed indossare un costume, ed eccola scendere sulla spiaggia rovente e stracolma, accanto al padre, che non è né vecchio né giovane, come la maggior parte della gente che popola Portoverde. Con aria allegra si stende al sole, sorridendo alla gente che la saluta ma anche agli sconosciuti che la guardano curiosi, curiosi di sapere cosa diavolo abbia da fare tutte le mattine alla stessa ora e perché mai abbia sempre qualcosa di cui ridere felice. Ma lei sorride e non risponde, si sdraia al sole e si gode la beata tranquillità di questa spiaggia, così ordinaria eppure così anomala, così ventilata eppure così rovente, stretta fra i grattacieli a picco sul mare e le casette addossate alla darsena. C'è tanta gente a Portoverde Steph, adesso che è agosto. Sarebbe carino che tu li venissi a conoscere tutti di persona.
22 luglio 2001 July 24 LA FINESTRA SUL CORTILEFa caldo, di giorno. E la sera la casa è un forno. Si dorme solo con la finestra aperta.
Sale il profumo dei gelsomini, dal cortile del mio condominio. E quello delle ortensie. Quest'anno sono particolarmente rigogliose, ed hanno fatto tantissimi fiori. Ma è il gelsomino che prevale. Arriva di lato, da destra: entra a vampate, a seconda di come spira la brezza; a volte si mescola con quello delle ortensie, che sale pressoché in verticale, e la stanza si impregna di un odore dolciastro; altre volte il profumo delle ortensie si ferma al piano di sotto, fra l'alloro e la bouganville della signora del quinto piano, ed i gelsomini hanno via libera, fra le tende bianche, quasi trasparenti, che velano parte della finestra spalancata. Pare incredibile, ma il loro profumo sembra schermare, od almeno lottare disperatamente per riuscirci, il rumore che arriva dalla strada poco lontana: l'autobus che gira anche di notte, i motorini che sfrecciano selvaggi, la sirena della polizia, qualche pazzo che svolta a tutta velocità facendo stridere le gomme dell'auto, un ubriaco che urla, due frikkettoni che litigano; e poi c'è il camion dell'immondizia, quello che spazza la strada e quello che periodicamente la allaga per lavarla (ma a pulire i tombini non ci pensa nessuno, e quindi l'acqua ristagna sull'asfalto fino alla mattina successiva, quando il sole, già rovente alle nove, lo asciuga in pochi minuti). E' anche bello giocare a James Stewart, in queste serate calde: le finestre del condominio, serrate di fronte al sole per tutta la giornata, la sera si schiudono come fiori notturni e fanno emergere dai loro petali grasse signore indaffarate a rassettare la cucina, fumatori in castigo sul balcone, bimbi seminudi che non vogliono farsi il bagno e corrono urlando da una stanza all'altra, anziane e scheletriche donne con lo scialle stretto attorno alle esili spalle, una coppia di fidanzati che sfogliano il catalogo Ikea, manager incalliti che trafficano col cellulare anche dopo cena, e l'immancabile panzone in mutande e canottiera che esce a farsi una birra nell'intervallo della partita. In questa piacevole serra di umanità io spengo tutte le luci, accendo un bastoncino di incenso alla citronella, metto nello stereo un cd (questa sera sto ascoltando un concerto di Vivaldi) e mi diverto a spiare nelle vite degli altri.
Lettera a Stefano, 21 giugno 2006 July 15 DA ROMA A CAPO HORN - E RITORNOCiao Steph.
E’ passato così tanto tempo. Ti ho davvero perduto dietro a Capo Horn? Era da mettere in conto, certo. Ma non lo avevo previsto. E neppure mai ritenuto possibile.
Ero a Roma, martedì. Ero proprio dietro al tuo ministero, sul laghetto dell'Eur: ti ho scritto da lì, con il mio telefonino blu: avrei voluto vedere che faccia facevi a sapermi seduta sulla panchina più vicina all'acqua. Annaffiavano le aiuole, e l'acqua finemente vaporizzata spezzava la calura opprimente di quel sole a picco, già alle dieci del mattino. Sai cosa ho notato? Che da voi a Roma il sole è a picco sulla verticale tutto il giorno, anche all'alba ed al tramonto. Non segue il consueto cammino, no: a Roma il sole non sale lentamente da est, non rischiara a poco a poco il cielo, non riscalda gradatamente l'aria. No. A Roma da voi il sole picchia in verticale per tutto il tempo, appena sorge... pam! è già lì che ti frigge la testa. E' arrogante come se guidasse un'auto, solca il cielo con lo stesso cipiglio ostinato e strafottente con cui voi dell'Urbe impegnate le strade. Ehi, ma... non avrà per caso un Burgman nero anche lui? Ero a Roma, martedì. Sono salita sul primo Eurostar del mattino, quello delle 6 e mezzo, quello che mi porta fortuna, anche se mi costa una levataccia inaudita. Motivi di lavoro. Sono riuscita a spuntare un colloquio con quelli di Banca di Roma. Non fare quella faccia, sai bene che prima o poi ci sarei arrivata. La Cassa dei Risparmi di Forlì mi va stretta, se ti ricordi come sono fatta sai benissimo cosa ho in mente, e Capitalia è una delle poche realtà bancarie che me lo può offrire. Insomma, dopo curriculum fatti scivolare su un paio di scrivanie e ceri votivi accesi a Sant'Antonio ecco che ottengo l'appuntamento tanto atteso. E parto, alla volta del grande edificio marrone che sta a margine del famoso laghetto, in fondo a viale America. All'alba a Bologna l'aria è frizzante, ma promette cambiamenti in corso d'opera: sarà una giornata calda, come compete a tutte quelle di luglio. Terzo binario, carrozza numero 6, posto numero 87, accanto al finestrino. Non c'è ancora nessuno, speriamo che il posto di fronte non sia prenotato, così posso allungare le gambe sotto al tavolino. Ho portato un bel libro con me, mi terrà buona compagnia nelle successive tre ore: Il Mago di Oz, di Frank Baum. Sì, Il Mago di Oz, quello che racconta la storia di Dorothy, dello spaventapasseri privo di cervello, dell'omino di latta senza cuore e del leone fifone. Una bellissima favola. Deve essere la ventesima volta che lo rileggo, ma ogni volta ci scopro qualcosa di nuovo, quindi anche in questa occasione mi aspetto di cogliere un dettaglio che mi era sfuggito nelle precedenti letture. E poi mi serve lo spunto per un nuovo racconto che ho in mente di scrivere, e se non ho l'incipit non sono in grado di andare avanti: una specie di blocco creativo, di blocco dello scrittore insomma. Una galleria dopo l'altra, in un tempo interminabile il serpentone grigio e verde valica l'Appennino ed entra maestoso a Firenze, dove salgono uno stuolo di caciaroni, rumorosi, maleducati, chiassosi e malvestiti fiorentini. Novanta chilometri percorsi in un'ora ed un quarto: una velocità da treno dei pendolari, non trovi? Ma non è questa la sede per discutere di politica e dei programmi del Governo sulle cosiddette Grandi Opere. Fortunatamente, in pianura la situazione migliora. Mi rituffo nelle pagine fitte di caratteri da stampa, e la prima volta che alzo il naso dalle vicende di Dorothy siamo già sotto allo strapiombo di Orvieto: la sagoma del Duomo svetta contro il cielo azzurrissimo, e la roccia sembra lievitare come un panettone dalle dolci colline punteggiate di gigantesche rotoballe di fieno, mentre i tetti della graziosa cittadina recitano benissimo la parte delle mandorle glassate della copertura. Il tempo di reimmergermi nella lettura, ed il treno supera Settebagni, passa sotto al raccordo anulare, fiancheggia l'Aeroporto dell'Urbe, corre accanto alle auto incolonnate sulla Salaria. Mi ci rivedo, sulla Salaria in sella al mio Burgman, in quel giorno di quattro anni fa. Fu splendida, l'estate del 2002. Davvero, non credo che riuscirò mai più in tutta la mia vita ad essere tanto felice come lo sono stata allora. Arrivata in stazione non ho nemmeno il tempo di mettere il naso fuori - peccato, vedrò la mia città preferita solo alcune ore dopo. Al volo lungo la galleria sotterranea, giù di corsa lungo le rampe di scale, di gran carriera alla biglietteria della Metro. Linea blu, direzione Laurentina. Fulmineo passaggio attraverso i tornelli, svicolata fra la gente che attende pigramente l'arrivo del convoglio, e respirone affannato proprio di fronte ai binari, a pochi centimetri dalla tanto citata linea gialla che "si prega di non oltrepassare", ripete la voce al megafono in due lingue, italiano ed inglese. C'è un manifesto che attira la mia attenzione, a fianco delle panchine di attesa: concorso letterario "parole in corsa". Interessante. Chiedono di inviare un racconto. Magari spedirò loro proprio questo, questa lettera che ti sto scrivendo Steph, chissà. Quando si tratta di scrivere, sono imprevedibile. Arriva il convoglio: allora: sono nove fermate, pronti a contare. Cavour, e una. Colosseo, e due; magari al ritorno scendo qui, e mi faccio un bel giro a piedi. Piramide, Garbatella, San Paolo, Magliana: e otto. Palasport, la mia. Salgo di corsa le scale, sbuco su Viale America, giro gli occhi a sinistra ed ecco la grande insegna rossa, a poche centinaia di metri. L'atrio è maestoso. Sono nervosissima, inutile dirlo. Ma il colloquio va bene, e dopo un'ora eccomi di nuovo a spasso su un asfalto che si scioglie sotto alle suole delle mie sneakers argento. Sì, perché ho avuto il coraggio di andare ad un colloquio di lavoro con le sneakers ai piedi. E allora? Attraverso i giardinetti, passo accanto alla piscina da cui arrivano le urla dei ragazzini che nuotano e giocano fra gli spruzzi, scendo verso il laghetto, mi scelgo una panchina in ombra e raccolgo le idee qualche minuto. Poi torno alla metro, e proseguo la mia giornata romana. Ordinaria amministrazione, una bella passeggiata nelle strade che più mi piacciono, un po' di shopping, un saluto al Colosseo, una capatina in quella bella formaggeria dietro Piazza Navona che mi farà vergognare per tutto il viaggio di ritorno (ce l'hai presente l'odore pungente di un paio di chili di buon formaggio laziale all'interno di una cabina pressurizzata delle Ferrovie dello Stato?), una grattachecca all'unico chioschetto che pare sconosciuto ai turisti (ed infatti me l'ha indicato un amico, romano doc - a parte la fede calcistica, tifa Lazio), il lancio della monetina a Fontana di Trevi, uno sguardo fugace alla scalinata di Piazza di Spagna: ma fa troppo caldo per affrontarla, oggi; meglio mettere i piedi a bagno nella Barcaccia del Bernini, come fanno tutti quei turisti con gli occhi a mandorla. In fondo basta poco per confondersi tra loro, è sufficiente raccogliere i capelli con una molletta ed arrotolare i pantaloni al polpaccio. E poi direzione Stazione Termini. Per cena, sono di nuovo nella grigia, afosa, ai miei occhi triste Bologna. Curioso, pare perfino poco trafficata al confronto con i pazzi scatenati di Via Nazionale. Ma lo sai che un autobus ha infilato una svolta completamente contromano? Ed i taxi, a Piazza della Repubblica, superavano le auto in coda invadendo la corsia di marcia opposta! Ma già, che te lo dico a fare? Tu lo sai benissimo, tu hai la fortuna di viverci nella bella Roma. Io... chissà. Nello spazio del questionario relativo alla scelta della destinazione di lavoro ho scritto "Roma", decisa. In stampatello, tutto maiuscolo, sottolineato due volte. Chissà che non capiscano. Non parevano stupidi, del resto.
Lettera a Stefano, 14 luglio 2006
July 07 PLEIN AIRL'alba sorge presto, in mare: prima che in terraferma, in barba a qualunque orologio e ad ogni regola temporale. Il sole sorge prima, in barca: ed illumina e riscalda ogni cosa. L'alba sorge presto, sul Plein Air: uno splendido First 40.7, 12 metri di pura emozione, una barca più da regata che da crociera, che poco perdona ed ancor meno concede, che richiede una buona conduzione al timone, una buona regolazione delle vele... e che una volta messa a segno e portata doverosamente, regala attimi memorabili... E' l'alba, sul Plein Air, l'alba o poco più tardi. Gli "inquilini" del sottocoperta – quattro coetanee che stanno facendo di tutto per marinizzarsi, per perdere quell’aplomb da bolognese quadratico medio che porta inevitabilmente a prendere l’aperitivo al RosaRosae alle sette di sera, quattro ragazze di città, tremendamente di città, che durante il giorno gironzolano nel pozzetto con le infradito in plastica rosa e che ogni tanto patiscono di lontananza dalla terraferma… al contrario del loro comandante, che di scendere a terra proprio non avrebbe mai voglia - si arrotolano fra le lenzuola, cercando un angolino della cabina ancora non illuminato dai raggi del sole per proseguire il loro sonno indisturbati. E' l'alba, sul Plein Air. Anche questa notte, trascorsa alla fonda in rada, è stata tranquilla. Anche questa notte ho dormito in pozzetto, vuoi per contare le stelle a notte fonda prima di addormentarmi, vuoi per esprimere più desideri possibile ad ogni scia che solca il cielo, vuoi per calarmi in pieno nel mio ruolo di skipper e mantenere l'ancoraggio sempre sotto controllo, vuoi per avere il privilegio di godermi - sola - l'alba in mare, mentre i gabbiani incrociano bassi sulla superficie dell’acqua e le piccole onde si infrangono sulla scogliera, vuoi semplicemente per mettere un poco d'aria fra me e le ragazze, che russano quattro gradini più sotto. E' l'alba, sul Plein Air. L'ora migliore per farsi il primo bagno della giornata. Con la mente ancora impastata di sonno mi sfilo in fretta gli abiti della notte, approfittando della totale solitudine mi levo pure il costume, aggrappandomi al sartiame salgo sul punto più alto del pulpito di poppa e mi tuffo - testa incassata fra le braccia alzate e gambe unite e perfettamente distese - nel blu di quell'acqua tiepida ed immobile.
E' mattina, sul Plein Air: è ora di scoprire cosa faranno vento e mare, è ora di decidere dove dirigere la prua, è ora di tracciare la prima rotta. Annalaura ha messo sul gas il caffè, io bevo una tazza del té al gelsomino che Chiara ha provvidenzialmente preparato quindici minuti prima, e sgranocchio un biscotto al cioccolato sbriciolandone metà sulla carta nautica del Cap Corse. Margherita stende i teli al sole, Camilla rassetta i divanetti. Tempo mezz'ora e salperemo dalla rada, alla ricerca del vento migliore e dell'onda più accattivante, verso panorami in antitesi con l'idea stessa di mare - ripidi versanti montani che sprofondano quasi verticali in un mare in netto contrasto con la cornice che lo circonda. July 02 1988
Avevo 15 anni la prima volta che sono salita su una barca a vela. E non lo desideravo neppure. Andare a vela, intendo. Era il 1988. Io e Camilla ci eravamo viste quell'anno, per la prima volta, anche durante l'inverno: facevamo la quinta ginnasio, lei al Pigafetta di Vicenza, ed io al Minghetti, a Bologna. A dire il vero era solo Camilla ad aver ottenuto il permesso di venirmi a trovare, i suoi genitori erano più scafati dei miei: ed ogni tanto il sabato, dopo l'uscita da scuola, se ne saliva sul treno ed in un paio d'ore arrivava a Bologna. Io andai per la prima volta a Vicenza da lei due anni dopo, avevo 17 anni: e mi ci portò papà, con la macchina. Me li ricordo, i miei quindici anni: acerbi, bastardi, bugiardi, arrivati all'improvviso, con la voglia dei capelli sciolti, e non sempre infiocchettati da mamma, con il desiderio dei Levi's alla moda, i 501 erano appena usciti, li vendevano da GiBi; con la cipria messa di nascosto nell'atrio del palazzo (e guai a dimenticarsi di lavarmi la faccia all'ultima ora di scuola!), il lucidalabbra infilato nell'astuccio, le unghie smangiucchiate, i compiti mezzi fatti e mezzi no. In matematica avevo già 8, come in tutti i cinque anni di liceo; in latino arrancavo un po', gli aoristi greci me li inventavo, ogni tanto ci scappava il 6 meno in storia (la odiavo, la storia). Ma se venivo promossa, mi pigliavo il premio l'estate successiva. Io e Camilla ce la scialavamo, con la storia del premio. Non parlavamo d'altro. Avevamo deciso di andare via assieme. Non sapevamo dove, non sapevamo a fare cosa; ma saremmo state assieme. E vaneggiavamo di ragazzi, di discoteche, di vestiti, di cose fatte di notte, di dormite mattutine, di musica, di cibi nuovi. Verso fine maggio, a promozione certa, saltò fuori questo posto, trovato dai nostri genitori; la Casa di Vela Elba. Che schifo, dicevamo noi. Vela???? Ma noi vogliamo divertirci babbo! Noi vogliamo essere un po' libere, andarcene in giro, uscire la sera, no che stiamo lì intruppate come a scuola a fare una cosa che manco ci piace. Ma c'è il mare. Ma non ci interessa il mare mamma, noi vogliamo andare all'estero a Londra, in una famiglia, senza il college, per i fatti nostri, no che c'è sempre la Signorina Rottermaier dietro che ci controlla! O lì o non se ne fa niente. E va bene, Casa di Vela Elba. Partimmo il 18 giugno, accompagnate dai miei genitori. La Casa di Vela è una vecchia costruzione colonica, su due piani, immersa nel verde, nell'estremità più meridionale del golfo di Portoferraio, sulla strada per Bagnaia. Le camerette sono a sei letti, spartane; il pavimento in vecchie mattonelle di coccio esagonali, un po' sconnesse; la cucina grande, tutta in legno; la cuoca, Marinella, è un donnone di centocinquanta chili che arriva al mattino alle sette con l'autobus e la borsa di paglia, spignatta tutto il santo giorno, e la sera alle dieci la viene a prendere il marito con una 127 Rustica. Fra la casa ed il mare ci sono seicento metri di pineta. E poi gli eucalipti. Infine, i sassi; la rena bagnata; le barche, adagiate sulla spiaggia privata: gialle, di legno, con grandi numeri neri sulla prua. Gigi, più di cinquant'anni, la pelle cotta dal sole, le mani divorate dai calli, la barba ed i capelli brizzolati, il fisico asciutto e muscoloso, gli occhi sottili, due fessure, sotto le sopracciglia bianche foltissime, l'accento livornese, dirige la scuola, esce in mare con gli allievi, fa conversazione a tavola, e dopo cena racconta storie di mare. Un incrocio fra il Capitano Achab e Capitan Findus. Il figlio Tommaso, diciotto anni, bello come un dio greco, abbronzatissimo, gli occhi vispi, due bicipiti grossi come le mie cosce, gli addominali scolpiti, la pelle lucida, fa le flessioni in spiaggia con la sorellina di dieci anni sulla schiena. Gli altri istruttori, Claudio di Roma, Manlio di Livorno e Simone di Firenze, sono simpatici. Io e Camilla dividevamo uno dei tre letti a castello, lei dormiva sopra, e tutte le sere mi faceva cadere il walkman giallo sulla testa: non riusciva ad addormentarsi senza musica. Unico avamposto di civiltà, alla curva della strada cinquanta metri prima, un bar. Bar La Curva. Bella fantasia. Proprio di fronte alla fermata del bus. Gelati confezionati, due o tre giornali, un biliardino, tre tavolini tondi di metallo, le sedie con l'impagliatura di gomma gialla, di quelle che ti lasciano le strisce sulle cosce quando ti ci siedi e ti ci impiccichi col sudore, una tenda a righe verdi, la cabina del telefono. E proprio da quella cabina, dalla sera del 19 giugno a quella del 30, tutte le sere io e la Rossa ci sgolavamo con i nostri genitori, per chiedere la barca. Un tormento. Un incubo. Prima chiamavamo al mare le mamme, poi in città i papà. Sempre la stessa domanda: ci compri la barca quando torniamo? Un'ansia continua. Non ci volevamo mai scendere, da quei Vaurien. Uscivamo in mare alle 10 e 30 del mattino, e da quel momento era tutto un rincorrerci fra le onde. E la sera, tutte le sere, sempre la stessa domanda: papà, ci compri la barca? L'abbiamo trovata la barca, al nostro rientro. Un vecchio laser azzurro, la vela ricucita in più punti, qualche graffio qua e là sullo scafo, l'albero in alluminio flesso da anni di regate: apparteneva ad un cugino di una nostra amica d'infanzia, che da anni lo aveva abbandonato in giardino: adesso aveva un catamarano di sedici metri. Il Laser. Poco più di un guscio di noce, una deriva progettata per un solo velista, su cui noi però andavamo fisse in coppia - tentando tra l'altro gli assetti più stravaganti... tipo un rudimentale trapezio realizzato con una sagola fissata al boma per provare l'ebbrezza della navigazione ad inclinazione massima - e su cui riuscivamo perfino a stipare cinque persone... tanto per navigare in compagnia; un guscio di noce, sì, ma pur sempre un piccolo bolide, leggero ed affusolato a sufficienza per planare sulle onde con un bastevole carico di vento in poppa... Fu bella, quell'estate. Ed anche le successive. Mi innamorai, della Casa di Vela; mi innamorai della sua pineta, del prato altissimo che la circonda, del profumo dei suoi abeti, della sua scala in pietra, delle finestrelle verdi, dei fili per stendere la biancheria, dei giubbotti di salvataggio sempre umidi, delle instancabili cicale, delle formichine che visitavano in comitiva il nostro bagno, del parcheggio polveroso, della cucina di Marinella, dei giganteschi panini al salame che trovavamo al nostro rientro dal mare, del suono della campana sulla porta… Se vi capita, andatela a vedere. E’ sulla strada per Bagnaia, basta svoltare al bivio in corrispondenza della buca sull’asfalto proprio di fronte al cartello sbiadito che indica la direzione per la spiaggia…
June 28 UNA STORIA DI MARE (E DI TERRA)Rada di Portoferraio. Mare forza 5. 35 nodi di vento. Onde alte un metro e mezzo. Creste bianche e spumose ovunque. Visibilità inferiore alle due miglia. Frangenti al mascone che superano la falchetta. Boccaporti serrati, venti centimetri di acqua in pozzetto. Tre mani di terzaroli alla randa, fiocco piccolo a prua, 32 gradi di sbandamento, andatura di bolina. Le scotte sono allo stremo, serrate attorno ai winches che mugolano; l’albero fa sentire al sua voce nella mastra, le drizze sibilano, le sartie si lamentano imprigionate nelle lande, la chiglia geme, gli arridatoi si tendono, il fasciame urla contraendosi e deformandosi. Si rompe un garroccio ai piedi del fiocco. Poggio leggermente, inserisco il pilota automatico, lasco la scotta della vela prodiera. Mi sgancio dal timone, mi inginocchio sulla tuga, attacco il moschettone dell’imbracatura al tientibene, passo sotto alle sartie di sopravvento, supero il piede dell'albero, attacco un secondo moschettone ad uno dei golfari, mi accovaccio sopra il pozzetto dell’ancora. Con una piccola sagola do un paio di giro di volta nell’occhiello del garroccio del fiocco, li fermo con una gassa, metto il resto della cima a doppino, ne serro un’altra doppia attorno allo strallo, fermo tutto con due mezzi colli; speriamo che tenga. Mi stacco dal primo moschettone, faccio presa sull’albero, a chinino ruoto verso poppa, mi incammino verso il timone. Sto proprio per mettere il piede nel pozzetto quando un’onda più alta delle altre si infrange sulla prua, abbracciando quasi il piede dell’albero. La barca ha uno scossone, si piega prima a destra e poi rimbalza a sinistra, la prua sta per entrare nel letto del vento, mi tendo ma il timone è ancora troppo lontano. Si rimette in rotta, ma io ho già perso l’equilibrio. E’ un attimo. Tutto il peso sulla gamba destra, all’improvviso; il piede scivola, supera il gradino della panchetta, si torce in maniera anormale, la punta piega verso l’interno della gamba, il malleolo appoggia sul fondo del pozzetto. Caviglia slogata. Diagnosi: distorsione dei legamenti, versamento, strappo al polpaccio, interessamento del ginocchio. Prognosi: dieci giorni a letto, condizionatore a palla, tre cuscini sotto alla gamba, una montagna di ghiaccio sopra, pomate a iosa, naprossene sodico in quantità industriale. Il freezer fa gli straordinari, per produrre tutti i cubetti che mi servono. Mare forza 5, 35 nodi di vento, bolina assoluta. Magari. Scendendo dal marciapiede su via Rizzoli mi sono imbalzata come una dilettante. Che vergogna. Morirò investita da una bicicletta.
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