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La Pazzia

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Amo il mare, in tutte le sue sfumature.
Amo guardarlo da terra, seduta su uno scoglio, ad ogni ora di qualunque stagione; ed amoperdermici in barca.
Amo navigarlo, il Grande Blu.
Ed adoro la sensazione, un misto di stupore, passione e smarrimento, che si prova svegliandosi una mattina, e vedendo acqua, acqua, solo acqua, a 360 gradi intorno a sè.
_____________________
No, non mi sono perso in mare. E' dentro di me che c'è un serio problema di navigazione.
(Bernard Moitessier)

La Pazzia: cianciar di barche e tanto altro

Letizia Scirè
Updated 7/6/2006
Updated 7/14/2006
May 17

SIMULAZIONE DI APPUNTAMENTO

 

Dovrebbero fare una legge che riconosca il reato di simulazione d'appuntamento, e che di conseguenza punisca (severamente) chi si macchia di tale malefatta.

In quanto reato, la simulazione d'appuntamento dovrebbe essere soggetta al trattamento penale che ne consegue, con tanto di imputato, parte lesa, avvocati, giudice e, inutile dirlo, regolare processo. Processo la cui sentenza, fra l’altro, dovrebbe essere assolutamente e totalmente inappellabile, e la pena si dovrebbe scontare tassativamente entro le 72 ore successive. Pena, anche questo inutile dirlo, assolutamente non soggetta ad abomini del tipo sconti, condizionali, amnistie, indulti, riduzioni e quant'altro: una condanna severa ed esemplare, ed una pena inflitta con il massimo rigore.

Perchè è così che si fanno rispettare le leggi.

 

Prendiamo, per esempio, il caso di un qualunque povero diavolo di sesso maschile che lasci velatamente intendere alla disgraziata di turno che ci potrebbe essere una remotissima possibilità che nella serata di sabato si possa uscire insieme, e che quindi ella potrebbe, in via del tutto eccezionale, aspettarsi di ricevere non dico una telefonata, ma quanto meno un sms, anche al limite riportato da altri (dopo i 30 anni ed alle soglie dell'estate si scende a qualunque compromesso, purché si tratti di frequentazione eterosessuale), che la inviti appunto a questo incontro.

Ebbene, non si tratta forse di un appuntamento???

E quindi, il non rispettare l'impegno preso, seppur verbale, ed il non telefonare non dico due giorni prima, ma nemmeno alle ore 8 del medesimo sabato sera (perchè la disgraziata, ça va sans dire, ci spera fino all’ultimo momento, ed è già tutta bella, pronta ed agghindata dalle 2 del pomeriggio, avendo passato la mattina dal parrucchiere, dall'estetista e dalla manicure, oltre che avendo dedicato il pomeriggio del venerdì alla ricerca di qualcosa di adatto da indossare per l'occasione), non è forse questo, signori della corte, l'infamante reato di simulazione d'appuntamento di cui parlavamo poco sopra? 

E quindi, ecco che la legge dovrebbe scattare, inflessibile come si conviene ad uno Stato civile.

 

Si dovrebbe innanzitutto procedere con l'emissione di un mandato di cattura per l'infame (perchè è questo ciò che realmente è chi si macchia di questo reato: un infame), prontamente eseguito dalle Autorità competenti le quali, sguinzagliate a sirene spiegate per la città, lo pescherebbero con facilità con le mani nel sacco: nello specifico, o fuori con un'altra (e qui scattano le aggravanti), od a rincoglionirsi fradicio di birra con gli amici davanti alla Play Station (il che presuppone sì la semi-infermità mentale, ma non per questo deve infondere nella giuria la tentazione di disporre l’archiviazione del caso, sia ben chiaro!). Ammanettato dunque il criminale, non innocente ma colpevole fino a prova contraria (prova che non arriverà, statene certi), lo si dovrebbe trarre immediatamente di fronte alla corte, e procedere a processarlo per direttissima.

Processo e condanna, ovviamente. Condanna, come abbiamo detto, da scontarsi entro i tre giorni successivi, secondo le direttive impartite dal giudice, direttive che, a titolo del tutto esemplificativo, potrebbero riguardare l'obbligo innanzitutto di far recapitare fiori e cioccolatini al domicilio della vittima, con il gentile invito a voler concedere la propria compagnia per una cena nel più esclusivo ed elegante ristorante della città; naturalmente, il condannato dovrebbe andare a prendere la cara ragazza sotto casa attendendola pazientemente seduto in auto per una ventina di minuti; il medesimo condannato si vedrebbe anche negato il diritto di usare il telefono cellulare per tutta la durata dell'appuntamento, ed altresì dovrebbero essere banditi dalla serata argomenti di conversazione quali il calcio, le corse automobilistiche, la pallacanestro, il wrestling, la politica, la contingenza economica internazionale, la mamma, l'ex moglie, le fidanzate precedenti, i figli più o meno legittimi, le proprie abitudini igieniche ed alimentari e le gare di rutti e sputi con gli amici. Al contrario, la legge approva che la ragazza abbia il diritto di ammorbare il malcapitato con un lungo elenco di noiosi aneddoti riguardanti la propria infanzia, gli anni felici delle scuole elementari, quelli difficili ed incompresi del Liceo, e gli undici trascorsi all’università (sì, me la sono presa un po’ comoda: vi crea forse qualche problema?).

L'eventuale dopocena erotico, infine, benché non obbligatorio, sarebbe comunque molto gradito.

 

Ecco, questo mi pare un esempio di applicazione di una legge giusta ed equa.

 

 

P.S. Che ci crediate o no, il pezzo è stato buttato giù in fretta ad un tavolino del Mc Donanld’s, fra una porzione di pollo fritto ed un abbondante quantitativo di patatine. Le ditate di unto, qui sul pc, non compaiono, ma vi posso assicurare che facevano bella mostra di sé sul retro del contratto di conto corrente del cliente da cui mi stavo recando. Ovviamente il contratto è stato ristampato.

August 19

SICILIA

 
 

La parte più avventurosa del viaggio in moto, qualunque sia la vostra destinazione, è dirlo alla vostra famiglia: infatti dovete comunicare loro che non solo andate a considerevole distanza, ma che ci state andando da soli, in moto, facendo tutto il tragitto stradale, e che avete intenzione di stare via per parecchio tempo. C'è chi opta per snocciolare queste comunicazioni con un dovuto anticipo, una alla volta, per rendere l'impatto meno doloroso agli amati congiunti.

Io, personalmente, alla luce dell'esperienza maturata negli anni di frequentazione della mia strampalata famiglia, ho messo a punto una tecnica forse eticamente discutibile, ma che assicura discreti risultati: do la comunicazione tutta d'un colpo a mio padre un paio di giorni prima di partire, ed a mia madre lascio che sia lui a dirlo.

Credetemi, è una gran trovata. Il cervello di mio padre entra infatti in uno stato di avanzata catalessi non appena gli dico che la meta delle mie ferie estive è a 1200 km da casa, e quindi le frasi successive (ci vado da sola, sto via due mesi e mezzo, mi faccio tutta la strada in moto in un sol botto, parto dopodomani) gli scivolano addosso in maniera abbastanza indolore, scongiurando il pericolo dell'arresto cardiaco.

I neuroni paterni si riprendono così giusto in tempo per venirmi a salutare la mattina della partenza, alle 5, allorquando tutte le paure ancestrali si risvegliano nella sua mente: ed è un profluvio interminabile, che non bisogna assolutamente interrompere, pena il riavvolgimento del nastro e la conseguente partenza in ritardo, di frasi del tipo:

- Vai piano. -

- Sì babbo. -

- Telefona. -

- Sì babbo. -

- Ma non ce l'avevi un'amica che venisse con te? -

- No babbo. -

- Ma sei sicura? Hai chiesto ad Annalaura? -

- Sì babbo. -

- Quella è una ragazzina per bene, un'amicizia giusta: la dovresti frequentare di più... - (e sospira)

- Sì babbo. -

- Ed Alessandra? Hai provato a chiederglielo? Lei non poteva venire? -

- No babbo.-

- Ma sei sicura di voler stare via tanto? -

- Sì babbo. -

- Ma così tanto? Non ti annoierai? -

- No babbo. -

- Va bene. Ma se hai bisogno telefona. -

- Sì babbo. -

- Non farti mancare nulla. -

- No babbo. -

- Se vuoi tornare indietro prima, chiama che ti vengo a prendere. -

- Sì babbo. -

Pausa per riprendere fiato. Voi nel frattempo avete finito di caricare le borse sulla moto, avete legato le ultime cinghie e vi state apprestando ad indossare i guanti. Ed ecco che lui lancia uno sguardo esperto al carburatore e riattacca:

- Hai fatto il pieno ieri sera? -

- Sì babbo. -

- Hai fatto controllare anche le gomme? -

- Sì babbo. -

- Ma le hai fatte controllare dal benzinaio? -

- Sì babbo. - (e da chi vuole che le abbia fatte controllare? Dal lavavetri al semaforo?)

- Dovevi farle controllare dal meccanico della concessionaria, era meglio. -

- Sì babbo. -

- Non fai in tempo a fermarti adesso a farle controllare, eh? -

- No babbo. - (Sono le cinque di domenica mattina, dove lo trovo un meccanico aperto?)

- Falle controllare in autostrada quando fai il pieno. -

- Sì babbo. -

- Ricordati però di dire all'inserviente che hai fatto della strada, e che le gomme saranno surriscaldate, quindi che si regoli con la pressione. -

- Sì babbo. –

- E fai anche la pipì quando ti fermi a fare benzina, non guidare trattenendola, che non ti fa bene e poi guidi nervosa. –

- Sì babbo. -

- Va bene. Allora... allora parti? -

Quando pronuncia queste parole è quasi rassegnato all'ineluttabilità del suo destino di padre; tuttavia tenta ancora una volta l'ultima, disperata carta del tono commiserevole. Voi, per contro, avete sviluppato negli anni una corazza di insensibilità per queste situazioni pari forse solo a quella di un kamikaze talebano, e quindi gli rispondete come sempre:

- Sì babbo. -

- Va bene. Alla mamma l'ho detto io, però chiamala mentre sei per strada. -

- Sì babbo. -

- Senti... Ma non è il caso che provi a risentire da Annalaura se vuole venire con te? Magari ti raggiunge domani col treno.

- No babbo. -

- Ma sei sicura? Gliel'hai chiesto? -

- Sì babbo. -

- E' una ragazzina tanto per bene, te l'ho sempre detto. Anche la sua famiglia. La dovresti frequentare più spesso. -

- Sì babbo. -

- Magari potrebbe anche presentarti un ragazzino a modo, no? -

- Sì babbo. - (non sbuffate, per l'amor di Dio non sbuffate! Altrimenti perderete sicuramente il traghetto a Villa San Giovanni!)

- Glielo hai chiesto di presentarti uno dei suoi amici? -

- No babbo. -

- Ecco vedi, è per questo che vai in vacanza da sola. Ma io dico, sei una ragazza tanto intelligente, tanto carina, ma è mai possibile che tu debba fare ancora queste vacanze da maschiaccio, per di più da sola? Camilla e Alessandra vanno via con i fidanzati, non potresti farlo anche tu? -

- Sì babbo. -

- Promettimi che quando rientri telefoni ad Annalaura e le chiedi se una sera ti fa uscire con uno dei suoi amici. -

- Sì babbo. -

- Promesso? -

- Sì babbo. -

Qualche altra frazione di attimi di silenzio imbarazzato. Vostro padre ha appena capito di avere toccato un tasto dolente e quindi decide di non insistere sull'argomento, tuttavia non riesce a staccarsi da voi e si aggrappa disperatamente a qualche altra raccomandazione. Voi, intanto, state indossando il casco.

- Allaccialo bene. -

- Sì babbo. -

- E' allacciato bene? Che non sia lento. -

- No babbo. -

- Nemmeno troppo stretto, che poi ti viene mal di testa. -

- Sì babbo. -

- Se mentre guidi ti viene mal di testa fermati all'ombra e bevi un po' di acqua fresca. -

- Sì babbo. -

- Ma non gelida, che ti fa male! -  

- No babbo. -

- Ce l'hai la bottiglia dell'acqua con te? -

- Sì babbo. -

- Ce l'hai comoda? Nel bauletto qui dietro? -

- Sì babbo. -

- Va bene. Hai preso i soldi al bancomat? -

- Sì babbo. -

- Lo sai che non voglio che viaggi senza soldi. Ne hai prelevati abbastanza? -

- Sì babbo. -

- Ricordati di andare piano. -

- Sì babbo. -

- E sei stanca fermati a riposare. -

- Sì babbo. -

- Ma fermati appena ti senti stanca, non cercare di fare della strada per vedere se ti passa! -

- No babbo. -

- Fermati nelle piazzole di sosta, o meglio negli autogrill, è meno pericoloso. -

- Sì babbo. -

- Non dare confidenza agli estranei: non fermarti vicino ai camionisti, od ai ragazzacci. -

- No babbo. -

- Cerca di fermarti vicino alla macchina di una famiglia, o di una coppia come me e la mamma. -

- Sì babbo. -

- Quando ti fermi approfittane per telefonare. E anche per fare la pipì, ricordatelo -

- Sì babbo. –

- Non farmi stare in pensiero. –

- No babbo. -

Sembra proprio che vi abbia detto tutto. Scavalcate con la gamba destra la sella della moto, impugnate il manubrio e fate il gesto di mettere in moto. Papà vi guarderà con gli occhioni lucidi ed ostinatamente non distoglierà lo sguardo: voi deponete per un attimo la maschera ostile ed insensibile, quasi indifferente, che avete ostentato fino a quel momento e con aria sicura e determinata, ma sorridendo, ditegli convinti:

- Papà, stai tranquillo: andrà tutto bene. -

- Sì...  -

Abbracciatelo, fategli due coccole sulla schiena, mostratevi entusiasti della decisione che avete preso, assumete un'espressione degna di chi sta partendo per delle ferie scandalosamente lunghe, mettete in moto e levate il cavalletto.

- Ciao babbo. -

- Ciao Titta. -

- Ti telefono quando mi fermo a fare benzina. -

- Sì, va bene. Ricordati. E vai piano! -

Ricomincia la litania. Ma voi avete già accelerato e vi state recando, con un sorriso smagliante, al casello dell'autostrada, direzione Reggio Calabria.

Fate buon viaggio. E telefonate a casa, mi raccomando.

 

 

 

June 09

IL PICCOLO PRINCIPE

 In quel momento apparve la volpe.

"Buongiorno", disse la volpe.

"Buongiorno", rispose gentilmente il Piccolo Principe, voltandosi: ma non vide nessuno.

"Sono qui", disse la voce, "sotto al melo...".

"Chi sei?" domandò il Piccolo Principe.

"Sono una volpe", disse la volpe.

"Vieni a giocare con me", le propose il Piccolo Principe, "sono così triste...".

"Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomesticata".

"Che cosa vuol dire addomesticare?", chiese il Piccolo Principe.

"E' una cosa da molto dimenticata", rispose la volpe. "Vuol dire creare dei legami...".

"Creare dei legami?", domandò stupito il Piccolo Principe.

"Certo.", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, ed io sarò per te unica al mondo.".

"Comincio a capire...", disse il Piccolo Principe.

La volpe continuò: "La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. Ed io perciò mi annoio. Me se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto la terra. Il tuo, invece, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi laggiù, in fondo, i campi di grano? Io non mangio il pane, ed il grano, per me, è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è così triste! Ma tu hai i capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. Ed amerò il rumore del vento nel grano...".

La volpe tacque, e guardò a lungo il Piccolo Principe; poi disse:

"Per favore... addomesticami.":

"Volentieri.", rispose il Piccolo Principe, "Che cosa bisogna fare?".

"Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino...".

Il Piccolo Principe ritornò l'indomani.

"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora.", disse la volpe. "Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Con il passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti.".

"Che cos'è un rito?", chiese il Piccolo Principe.

"Anche questa è una cosa da tempo dimenticata.", disse la volpe. "E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore.".

Così il Piccolo Principe addomesticò la volpe. E quando l'ora della partenza fu vicina:

"Ah!", disse la volpe, "... piangerò".

"La colpa è tua!", disse il Piccolo Principe. "Io non volevo farti del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi...":

"E' vero.", disse la volpe.

"Ma piangerai!", disse il Piccolo Principe.

"E' certo.", disse la volpe.

"Ma allora che cosa ci guadagni?", chiese il Piccolo Principe.

"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano.".

                                                                                                                                                                                           Antoine de Saint-Exupéry, 1943.

May 27

NEW YORK NEW YORK

New York è esattamente come me la ricordavo, anche se sono passati ormai sedici anni.

I grandi alberghi, gli atri maestosi e lussuosi dei palazzi residenziali aperti trionfalmente e pomposamente sulle Avenue trafficate, i taxi gialli, il viavai dei pedoni frettolosi, le mille etnie differenti, i barboni col carrello, i venditori di hot-dog agli angoli delle strade.

Cammino lungo la 12 Strada, giro l'angolo in prossimità della drogheria, alzo gli occhi e mi aspetto di vederle, le torri di vetro. Belle, alte, luccicanti nella luce del sole del primo pomeriggio. Non ci sono. Ma come? Stavano lì, me le ricordo, ho anche la foto. Ho la foto, me l'ha fatta Lucia, avevo 18 anni. Indossavo una magliettina rosa e bevevo un bicchiere enorme di Coca Cola, me la ricordo la foto, ce l'ho sulla scrivania, ero buffa vestita da turista, con lo zaino in spalla e le Superga blu, mentre bevevo Coca Cola con la cannuccia e sorridevo a Lucia, con le Torri alle mie spalle. Erano lì, le Torri Gemelle. Io me le ricordo. Avevo 18 anni, era il 1991, ma io me le ricordo. Erano lì, in fondo alla strada, spiccavano alte dai palazzi in pietra rossiccia del quartiere. Erano lì. Io me le ricordo. 

Non c'è niente, in fondo alla strada: non c'è niente, dietro alle palazzine tutte uguali in mattoni rossi, con le finestre Art Déco annerite dallo smog tutte in fila l'una di seguito all'altra, con le scale antincendio in ferro arrugginito che tagliano diagonalmente le facciate dei palazzi. Un'idea tutta americana, quella di mettere le scale antincendio sulla facciata di un palazzo. Un'idea tutta americana, quella di mettere il ballatoio proprio all'altezza dei davanzali. Noi italiani, che viviamo blindati dietro ad inferriate inespugnabili perfino se stiamo all'ottavo piano, non potremmo concepire di avere qualcuno che ci passeggia sul ballatoio sospeso a venti metri da terra proprio mentre ci facciamo la doccia.

Non ci sono le Torri, in fondo alla strada. C'è solo il cielo azzurro, dietro ai tetti.

Ma erano lì le Torri, io ho la foto, me le ricordo. Erano lì. Io bevevo Coca Cola, con lo zainetto in spalla e le Superga ai piedi, e loro erano lì, dietro di me. Si vedono bene, nella foto che mi ha fatto Lucia.

Loro erano lì. E adesso non ci sono più.

 

Non ci credi finché non lo vedi, l'11 settembre. Non ci credi, non lo ritieni possibile, ti ripeti fino all'ultimo momento che è stata un'esagerazione dei media, un bruttissimo spettacolo televisivo, uno scherzo alla Orson Wells. Non ci credi, non esiste l'11 settembre fino a che non lo vedi, fino a che non ti ci ritrovi davanti.

Allora sì, che lo vedi. O meglio, che NON lo vedi. Perchè non c'è nulla, non è rimasto nulla, non hanno lasciato nulla.

Tu arrivi in questo posto, ti aspetti di trovare qualcosa, e non vedi nulla. Perchè non c'è nulla da vedere. Non è rimasto nulla, non hanno lasciato nulla, non c'è niente. Uno spiazzo ampio come Piazza Maggiore, due volte Piazza Maggiore, tre volte almeno, Piazza Maggiore. E niente altro. Questo vuoto ti assorbe, ti annichilisce, ti cattura. E' il nulla di Fantàsia, è come un buco nero, ha un potere gravitazionale talmente forte che risucchia ogni cosa - colori, luce, suoni, odori. Risucchia le persone, Ground Zero. E' lì, davanti ai tuoi occhi, sotto ai tuoi piedi, freddo come il Bacio dei Dissennatori; tu tieni gli occhi sbarrati davanti ad un baratro profondo come l'universo, come l'animo umano, come la cattiveria e la follia dell'invasato che l'ha concepito.

C’è racchiuso tutto l’horror vacui dell’umanità, a Ground Zero.

Stai lì, guardi, e non vedi nulla. Dà le vertigini, Ground Zero. E mentre si scende, al suo centro, lungo la passerella in cemento, sembra di avvicinarsi al centro dell’inferno. Solo che non ci sono le fiamme, in questo inferno: non ci sono i fiumi di lava, non fa caldo, non ci sono i demoni in questo freddo inferno.

Fa freddo, a Ground Zero. Il freddo del vuoto, del nulla, tutto il freddo del vuoto cosmico è lì, in quello spiazzo, che nemmeno sotto il sole più rovente riesce a scaldarsi.

In effetti, non c’è, apparentemente, davvero nulla di infernale in questo inferno. Solo silenzio, qualche mulinello di polvere, e la targa in bronzo posta in fondo alla discesa, laddove prima, una volta, sei anni fa, dieci anni, sembrano mille anni fa, svettavano alte e maestose le Torri Gemelle, trionfo dell’americanismo tutto soldi, vetro, ferro e cemento.

 

Io lassù ci sono stata, sulle Torri, intendo: sedici anni fa, dall'alto dei miei diciotto anni, tronfia e presuntuosa come tutti i diciottenni, convinta di avere in mano la mia vita e tutto il mondo; e da lassù lo guardavo, questo pazzo mondo, convinta che una volta scesa sarei stata in grado di dominarlo. E quel martedì di settembre, ormai così lontano, inchiodata davanti alla televisione, ho chiuso gli occhi ed ho rivisto quel panorama mozzafiato: l'oceano, le strade intricate, le nuvole, la piccolezza del singolo uomo e la grandezza e genialità del genere umano. E so, perché l'ho capito sedici anni fa, mentre quelle tonnellate di acciaio oscillavano sotto i miei piedi, apparentemente così esili eppure così poderose, o forse apparentemente così poderose ed invece così esili, che l'unica cosa che avevo in mente, scendendo dalla cima del grattacielo, non ero io, non era il mio futuro, non era la mia pretenziosità, la mia esuberanza, il mio egoismo: ma la consapevolezza di trovarmi nel Paese più orgoglioso - e più degno di esserlo - che Dio potesse creare; un Paese di gente che si è veramente fatta da sola, mandriani, pezzenti, schiavi, ma soprattutto lavoratori che credevano, e credono, nella libertà. Nel Sogno Americano.

Mi dissi che ci avrei portato i miei figli, sulla cima delle Torri Gemelle: non capiterà. Non capiterà, sicuramente perché le Torri non ci sono più, e probabilmente anche perché di figli non ne avrò. Comunque, resta il fatto che lì, al posto dei grattacieli gemelli, c’è un grande buco, e basta.

 

Non ci sono più, le Torri Gemelle. Non che mi aspettassi di vederle, tornando a New York dopo tanti anni. Però credevo che almeno l’immagine, almeno l’illusione, pensavo che quanto meno una pallida ombra, una sensazione ne sarebbe rimasta. E invece non c’è nulla. Non è rimasto nulla, non hanno lasciato niente. Niente, a parte questo buco immenso.

Il buco nella città riflette il buco nell’anima, di questa Grande Mela. Che in fondo, senza le sue Torri, non è nemmeno più tanto grande, e neppure più tanto rossa.

 

Ciao Steph.

 

                                                                                                                                                                                                             Lettera a Stefano, maggio 2007

 

December 28

NEVE DI BOLOGNA

Due settimane fa a Bologna ha nevicato.

Solo due ore, a pomeriggio inoltrato: le strade erano illuminate dai lampioni, dalle luci dei negozi e dai fari delle auto. Le strade di poco passaggio invece, quasi buie, eccezion fatta per i radi e fiochi lampioni, lampioni di second'ordine, in quelle strade di second'ordine, si sono imbiancate subito. I pochi passanti, frettolosi e freddolosi, avvolti nei loro pastrani e nelle sciarpe sollevate fino a coprire quasi gli occhi, lasciavano le orme sui pochi millimetri di neve caduta.

La Lety guardava la neve, dalla vetrina del suo negozio: l'albero di Natale sulla destra, un tavolino con un piccolo lume sulla sinistra, tanti pacchetti da fare sul tavolo. La Lety guardava la neve preoccupata, il Burgman era parcheggiato nella via in angolo, sarebbe stata dura andare a casa quella sera. Ma guardava la neve anche con gioia, i fiocchi bianchi, soffici e giganteschi che cadevano silenziosi ovattavano l'atmosfera, rendendo silenziosi anche i grandi autobus che, quando transitano in corsa sui lastroni di Strada Maggiore, fanno tintinnare i vetri delle cristalliere.

Carta verde, nastro rame. Prima un nodo, poi il fiocco, il tocco finale con il nastrino di raso, l'etichetta.

La neve che cade leggera ha un odore azzurro, striato di blu, nelle sue note più alte - le più fredde. L'aria gelida, del colore di una perla, odora di ghiaccio misto ad un suono stridulo di violino. Sembra un bambino che piange - o forse sta solo ridendo.

Carta marrone, nastro verde. Il nodo, il fiocco, il nastrino di raso, l'etichetta.

I motorini sfrecciano veloci, nel tentativo di arrivare a destinazione prima che le strade si blocchino definitivamente, rendendo impossibile il ritorno a casa sulle due ruote. Ma la neve, che ormai cade copiosa, sopisce qualunque rumore, e gli scooter paiono comparse di un vecchio film muto, uno di quelli con la colonna sonora suonata al pianoforte... ed il pianoforte si sente veramente, in negozio: ma è il concerto di Rachmaninov, lo stereo collocato dietro al paravento lo suona infaticabilmente ormai da alcune ore.

Carta rame, nastro oro. Nodo, fiocco, nastrino di raso, etichetta.

La neve continua a cadere.

Dopo un paio d'ore ha cominciato a piovere, la neve si è disciolta in pochi minuti. La strada era tornata ad essere il solito pantano maleodorante, l'aria era nuovamente grigia, la pioggia ha un odore color prugna; gli autobus di nuovo rumorosi, le auto di nuovo arroganti, i motorini di nuovo sfrontati.

Carta blu, nastro blu. Il suo preferito. Prima il nodo, poi il fiocco, il nastrino di raso, infine l'etichetta.

Questo è venuto proprio bene.

La Lety ha guardato fuori, tirando un sospiro a metà fra il deluso ed il sollevato. Il ritorno a casa non sarebbe stato troppo difficile. Poteva tornare a concentrarsi sul suo pacchetto.

 

Lettera a Stefano, 21 dicembre 2003

November 15

IL VELISTA (I)

Il Velista

Il Crocerista da Océanis

Il Cannibale

 

 

 

Ha un ketch di dodici metri in legno.

Ha un Océanis 411 blu.

Ha un Bavaria.

Tiene la barca al molo della Lega Navale ad Ortona.

Ha un posto barca di proprietà a Punta Ala e ne affitta uno per l’estate a Porto Cervo.

Tiene la barca a Cervia, in affitto.

Il nome della sua barca: Tangaroa.

Il nome della sua barca: Due South.

Il nome della sua barca: Simona.

Il corredo velico: rande inferite, due rande di rispetto con tre mani di terzaroli, genova ingarrocciato, tre fiocchi, tre vele prodiere di rispetto, una trinchetta bomata, due tormentine, kit di riparazione delle vele ed un paio di metri quadrati di tessuto per eventuali rattoppi.

Il corredo velico: randa inferita in terital con una sola mano di terzaroli (se tira più vento l’ammaina), lazy jack per un facile ammaino e lazy bag per raccoglierla agevolmente, una randa da regata in kevlar, genova sul rollafiocco, gennaker blu in tinta con lo scafo. Da qualche parte nel gavone di prua ha un fiocco di rispetto. 

Il corredo velico: randa avvolgibile e fiocco rollato. Sa che lo spinnaker è quella grande vela a pallone tutta colorata che si vede alle regate di Coppa America.

Ancora: una Cqr armata con dieci metri di catena e cinquanta metri di cima; nel gavone di poppa ha una Danforth di rispetto, già armata con quaranta metri di cima, ed una piccola Bruce per il battellino di servizio.

Ancora: una Cqr armata con cinquanta metri di catena contrassegnata ogni dieci metri; una Danforth di rispetto nel gavone sotto alla cabina, imbrogliata nelle drizze di rispetto.

Ancora: una Delta con trenta metri di catena.

Motore: entrobordo da 12 cavalli con elica a due pale a becco d’anatra.

Motore: Volvo Penta 75 cavalli ed elica sovradimensionata in acciaio anodizzato al titanio.

Motore: il più potente che è riuscito a farsi vendere. Lo accende con la stessa arroganza con cui mette in moto l’Audi e va perennemente a 6000 giri.

Battellino di servizio: un copertone da trattore che gonfia a bordo con una pompa da bicicletta. Nel gavone del pozzetto ha una pagaia di scorta, casomai perdesse la prima. E’ comunque in grado di pagaiare con qualunque oggetto adatto trovi a bordo.

Battellino di servizio: tender Arimar bianco a sei posti con motore fuoribordo da 16 cavalli, maniglie ergonomiche e sedute anatomiche. In navigazione lo tiene rovesciato sulla tuga a prua .

Battellino di servizio: gommone ad otto posti con motore fuoribordo da 45 cavalli che trascina come se fosse un cagnolino. Sul pulpito di poppa tiene agganciato un secondo fuoribordo di scorta. Non ha remi a bordo, nemmeno quelli del canotto dei figli.

Strumentazione tecnologica: VHF portatile, GPS tascabile, sestante in bronzo, solcometro, ecoscandaglio, bussola da rilevamento, binocolo, cronometro, pilota automatico; preferisce comunque usarne uno a vento, sul modello di quello di Marin Marie.

Strumentazione tecnologica: GPS cartografico, GPS tascabile, notebook con connessione Internet Umts, stampante wireless, solcometro, ecoscandaglio, radar, binocolo, pilota automatico.

Strumentazione tecnologica: autopilota, GPS, log, telefono cellulare, orologio Casio multifunzione.

Attrezzatura subacquea: due paia di pinne, muta leggera, maschera professionale, boccaglio, un piccolo fucile subacqueo, le istruzioni di Bernard Moitessier per costruirne uno d’emergenza con mezzi di fortuna.

Attrezzatura subacquea: calzoncini in tessuto leggero, pinne fluorescenti, maschera, boccaglio, brevetto da sub  preso l’inverno precedente a Sharm El Sheik, macchina fotografica subacquea.

Attrezzatura subacquea: maschera e boccaglio ricevuti in omaggio dall’edicolante con il numero di giugno di Gente Viaggi.

La vacanza ideale: dalle Galapagos alle Tuamotu in solitaria.

La vacanza ideale: tre mesi in Mediterraneo per scoprire tutte le mille e mille isolette della Grecia; al compimento dei 50 anni farà la traversata dell’Atlantico alla volta dei Caraibi sulla rotta degli alisei.

La vacanza ideale: i primi due anni a Cervia, per prendere confidenza con la barca; poi, se se la sente, va in Croazia. A motore.

Kit di pronto soccorso: cerotto a nastro, garze sterili, disinfettante, pillole contro il mal di mare, antidiarroici, un antibiotico ad ampio spettro, un antinfiammatorio.

Kit di pronto soccorso: cerotti, Amuchina, pillole contro il mal di mare, antinfiammatori, Tachipirina, aspirina, Moment, antibiotici, antistaminici, Maalox, pastiglie per il fegato.

Kit di pronto soccorso: una scatola di cerotti.

La cambusa: riso, carne in scatola, verdure in barattolo a lunga conservazione, patate, pasta, sale, zucchero, burro in latta che conserva in sentina, uova sode, limoni, caffè solubile, tè, latte UHT, biscotti secchi, pane biscottato. Compera frutta e verdura fresche quando entra, occasionalmente, in porto; il pesce lo acquista direttamente dai pescatori al largo, oppure se lo pesca da solo.

La cambusa: pasta, riso, spaghetti alla chitarra, tagliolini all’uovo, passata di pomodoro, Parmigiano Reggiano, pecorino romano, pecorino sardo, caciottine toscane, salame felino, mezzo culatello, prosciutto crudo dolce a dadini, pancetta, una mortadellina, crema di gorgonzola, gherigli di noci, biscotti frollini, snack dolci e salati, marmellata, miele, panna, caffè Illy, tè Ceylon a foglia lunga, fette biscottate, cioccolato del Ghana di qualità superiore (cacao 70% minimo), tonno in scatola, salmone affumicato, alici sott’olio, maionese, tabasco, ketchup, curry, spezie secche in barattolo, peperoncini di Sicilia, prezzemolo, pepe in grani, zucchero semolato, zucchero di canna grezzo, sale fino, sale grosso, olio extravergine d’oliva umbro, paté di olive, foie gras.

La cambusa: un pacco di spaghetti ed un barattolo di sugo Bertolli.

Per la sete: imbarca due bottiglie di acqua minerale per ogni giorno di navigazione prevista più una scorta per tre giorni in caso di imprevisti; oltre, si raziona. Serbatoio da 150 litri pieno.

Per la sete: due serbatoi da 240 litri ciascuno colmi di acqua potabile; venti cestelli di acqua minerale stipati in sentina e nei gavoni; bibite in lattina; sei bottiglie di vino rosso e sei di vino bianco; tre bottiglie di Prosecco; due bottiglie di champagne ed una di spumante dolce; una bottiglia di Bas-Armagnac del 1999; rum; succo di granatina; latte di cocco; succhi di frutta; una bottiglia di Amarone Pasqua che fa sempre scena.

Per la sete: una confezione di 12 lattine di birra nel frigorifero.

Bagaglio: scarpe da vela, calzettoni di lana, cerata completa, un maglione, sacco a pelo, un costume, tre cambi di biancheria, qualche maglietta, un paio di pantaloni robusti, guanti da vela, berretto di lana, cappellino di cotone; un sapone di Marsiglia, dentifricio, spazzolino, una crema solare.

Bagaglio: quattro paia di scarpe, sandali infradito, jeans, due paia di pantaloni in tessuto tecnico, un paio di pantaloni di lino, svariate paia di pantaloni a mezza gamba, pigiama, un pareo, due bandane, un cappellino con visiera firmato, 12 cambi di biancheria, magliette di cotone, tre camicie, un golfino blu, un golfino bianco, un golf più pesante color pastello, due orologi, cerata Helly Hansen modello “Capo Horn” che ha usato una sola volta, per andare in scooter a casa della sorella sotto l’acquazzone; accappatoio in microfibra, bagnodoccia, shampoo neutro, saponetta, dentifricio, spazzolino, collutorio, rasoio a 12 volt, dopobarba, profumo, creme solari, doposole, pettine, crema idratante viso per il giorno, crema antirughe notte, cerottini nasali, sapone per il bucato a mano.

Bagaglio: teli da spiaggia, racchettoni, un sacchetto di biglie, materassino gonfiabile, un paio di infradito, un pantalone, una camicia a mezza manica, spazzolino da denti.

Tenuta di bordo: maglietta e calzoncini, piedi nudi se il mare lo consente, altrimenti calzati in scarpe da vela.

Tenuta di bordo: lui: bermuda hawaiani lunghi al ginocchio in tessuto tecnico, occhiali da sole a mascherina, sneakers Prada; lei: bikini, pareo e Superga.

 

Tenuta di bordo: costume di lycra. Appena è convinto che nessuno lo possa più vedere si toglie pure quello.

IL VELISTA (II)

In coperta: tutte le cime in chiaro, scotte bianche, drizze scure; due winch, uno per lato; parabordi in plastica bianca; zattera facilmente raggiungibile dal pozzetto; la bandiera nazionale è issata sullo strallo di poppa.

In coperta: occhiali da sole, macchina fotografica, binocolo, lettore mp3, crema abbronzante, telefonino; cime fatte su con la tecnica dell’elettricista; scotta della randa bianca, scotte del fiocco blu, scotte dello spinnaker rossa e verde, drizze nere, 8 winch cromati; la zattera è stivata sotto la panchetta di poppa; i parabordi sono rivestiti di tessuto in tinta con il colore dello scafo; bandiera francese sullo strallo di poppa (ha acquistato la barca con il leasing del Crédit Lyonnais), bandiera di cortesia italiana sulla sartia a dritta, tre guidoni di tre Yacht Club differenti alla crocetta di sinistra.

In coperta: telo da mare steso ad asciugare sulla battagliola, occhiali da sole, un pacchetto di sigarette, accendino, olio solare, macchina fotografica, maglietta, cappellino, i giochi da spiaggia dei bambini, telefonino; le cime sono tutte imbrogliate e strozzate attorno ad un winch; tutte le scotte e le drizze sono bianche, così non le distingue; ha tenuto la zattera nel gavone sotto al letto matrimoniale fino a quando la Guardia Costiera non l’ha ritenuto passibile di multa: da allora la lega con due cinghie sulla tuga a proravia dell’albero, in modo che la prima onda che spazza la coperta gliela porti via; sullo strallo di poppa issa nell’ordine: bandiera italiana, bandiera croata, bandierina giamaicana, bandierone sociale della Juventus, gagliardetto del Real Madrid, bandana con la faccia di Del Piero, bandiera della pace; segue lo slip messo ad asciugare.

Sotto coperta: fornello basculante, pentola a pressione, due tegami, piatti e tazze in plastica robusta, qualche posata; una coperta per ogni cuccetta; torcia e batterie di scorta, un coltello nautico, una piccola lampada a petrolio, candele, una trentina di metri di lenza da pesca e qualche amo; in un apposito gavone conserva una piccola scatola di attrezzi, guarnizioni, stoppa, un po’ di pece o catrame, colla per uso industriale, un barattolo di antivegetativa, una spatola.

Sotto coperta: pagliolato e rivestimenti in mogano; cucina a gas con quattro fuochi e forno; boiler elettrico; batteria di pentole in acciaio inossidabile, tre padelle antiaderenti in teflon, wok, una piccola pentola a pressione; servizio da tavola in plastica leggera da dodici coperti decorato con il nome della barca ed il monogramma dell’armatore; servizio di posate e ceppo di coltelli da cucina; coperte blu in pile e tendine coordinate; torcia elettrica, lampada ad olio, una candela alla vaniglia ed una alle spezie d’Africa; una cassetta di attrezzi da bricolage, coltellaccio tipo Rambo da 25 centimetri con un lato della lama seghettato, lenza da pesca ed esche a cucchiaino che ha usato una volta sola con un amico velista.

Sotto coperta, in ordine sparso: sui divanetti: coperte, cuscini, teli da spiaggia, asciugamani, due accappatoi di spugna, ciabatte, scarpe, un walkman; sulle cuccette: kleenex, mutande, cd musicali, una cartolina, la Settimana Enigmistica, il libro delle barzellette di Totti, una banconota da 10 euro; sul pagliolato: fusilli, la linguetta della scatola di spaghetti, capelli, un pettine, una pallina da ping pong, sabbia, conchiglie, monetine, pinne.

Igiene personale: scarsa; si lava con l’acqua di mare o con quella piovana raccolta ai piedi dell’albero con il bugliolo. Profuma sempre di mare e l’aspetto incolto di barba e capelli lo rende estremamente affascinante ed attraente (mentre a terra è scientificamente dimostrato che non se lo fumerebbe nessuno).

Igiene personale: accurata; si lava con la doccetta di bordo tre o quattro volte al dì, e quando è in porto si accampa nelle toilette per svariate ore. Barba di un paio di giorni ma curata, capelli spettinati con cura (biondi o brizzolati), manicure impeccabile anche con trenta nodi di vento.

Igiene personale: la toilette di bordo lo inquieta. Si lava a casa e fa pipì in mare, specie se si trova di fronte alla spiaggia.

Biblioteca di bordo: portolano del Mediterraneo, manuale di manutenzione del motore, appunti di navigazione astronomica, Effemeridi, Pilot Charts di tutto il globo, I fratelli Karamazov di Dostoevskij.

Biblioteca di bordo: portolani, Pagine Azzurre, tutti i libri di Bernard Moitessier (compreso quello postumo, di sopravvivenza sulle isole tropicali), i Quaranta Ruggenti di Dumas, la biografia di Slocum, una dozzina di gialli di Agatha Christie, qualche best seller di Ken Follett, il Codice Da Vinci, il catalogo illustrato della Bénéteau.

Biblioteca di bordo: la Gazzetta dello Sport.

Con 5 nodi di vento: issa tutte le vele di cui dispone, compreso lo yankee ed un fisherman; per l’andatura di poppa ha realizzato due trinchette gemelle completate da due piccole vele basse, sull’esempio di Henry Wakelam.

Con 5 nodi di vento: fa due bordi a vela ma soffre il caldo; ammaina tutto ed accende il motore, inserendo il pilota automatico.

Con 5 nodi di vento: esce dal porto e, calcolato che non vale la pena di issare le vele, procede a motore spedito verso la caletta in cui va a fare il bagno.

Con 10 nodi di vento: comincia a divertirsi; issa randa, genova e trinchetta e si mette di bolina.

Con 10 nodi di vento: issa randa e genova, indossa la bandana, calcola la rotta col GPS e si mette al timone, a gambe larghe al centro del pozzetto.

Con 10 nodi di vento: è preoccupato che la barca sbandi; arrotola il genova e cazza la randa al centro, poi accende il motore.

Con 15 nodi di vento: è estremamente a proprio agio; dà una mano di terzaroli alla randa, ingarroccia un fiocco al posto del genova e procede con barca sbandata e falchetta a pelo d’acqua.

Con 15 nodi di vento: indossa maglietta, calzoncini e berretto con la visiera a rovescio; terzarola tutta la randa e srotola mezzo genova.

Con 15 nodi di vento: con indosso la tenuta completa del team di Luna Rossa passeggia inquieto sulla banchina, pronto a salpare (dice).

Con 20 nodi di vento: dà il meglio di sé; prende due mani di terzaroli alla randa, mette il fiocco piccolo, indossa la cerata  e solca le onde col cipiglio di Tabarly.

Con 20 nodi di vento: ha oggettivamente paura; ammaina tutte le vele e procede a motore in direzione dell’approdo più vicino.

Con 20 nodi di vento: si presenta in porto vestito di tutto punto, va sul molo, cerca di accendersi una sigaretta senza riuscirci, guarda il mare, scuote la testa e si infila nel primo bar che trova.

Con 30 nodi di vento: è pressoché solo in mare; sceglie un approdo sicuro, si mantiene a cinque miglia dalla costa e naviga con sicurezza; se la burrasca rinforza ammaina le vele, issa la tormentina e si mette in cappa, oppure fugge in poppa (cose, queste, che sa fare solo lui).

Con 30 nodi di vento: lo trovi al baretto della Lega Navale, vestito interamente Murphy & Nye, mentre sorseggia un cognac e racconta di quella volta che con raffiche a 38 nodi e l’ancora galleggiante è entrato nella rada di Portoferraio tagliando la strada ai traghetti.

Con 30 nodi di vento: resta a casa a dormire.

Quando è a terra: progetta nuove navigazioni; frequenta un modesto ma serio circolo nautico, legge pubblicazioni specializzate e segue costantemente le condizioni meteo di tutto il globo.

Quando è a terra: parla di vela con tutti, in ufficio come nell’autobus all’ora di punta; alterna la lettura dei libri di Antoine e Moitessier a riviste specializzate e portolani dei Caraibi; frequenta un circolo nautico à la page in cui si conversa di navigazione sorseggiando vini e liquori blasonati.

Quando è a terra: è abbonato a Bolina; legge le vignette umoristiche e poi  lo conserva sugli scafali della libreria; ad ottobre si dimentica della barca che ha lasciato a mollo nell’acqua putrida di Cervia e comincia a far progetti per la settimana bianca.

Manovre in porto: se la darsena lo consente, manovra a vela; ormeggia in totale autonomia e silenzio ed è in grado di timonare con un ginocchio mentre con una mano lega la cima alla bitta e con l’altra si destreggia con il mezzo marinaio.

Manovre in porto:  esce dal porto con Le nozze di Figaro di Mozart e rientra con l’Eroica di Beethoven; ammaina le vele di fronte al molo e fa tutto a motore; fa un paio di circling in darsena fino a che un inserviente non gli va incontro, a quel punto con due sole manovre entra di poppa ed afferra al lazo la bitta.

Manovre in porto: entra in porto con la technomusic a palla e comincia a gridare quando si trova a mezzo miglio d