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La Pazzia: cianciar di barche e tanto altroLetizia Scirè
May 17 SIMULAZIONE DI APPUNTAMENTODovrebbero fare una legge che riconosca il reato di simulazione d'appuntamento, e che di conseguenza punisca (severamente) chi si macchia di tale malefatta. In quanto reato, la simulazione d'appuntamento dovrebbe essere soggetta al trattamento penale che ne consegue, con tanto di imputato, parte lesa, avvocati, giudice e, inutile dirlo, regolare processo. Processo la cui sentenza, fra l’altro, dovrebbe essere assolutamente e totalmente inappellabile, e la pena si dovrebbe scontare tassativamente entro le 72 ore successive. Pena, anche questo inutile dirlo, assolutamente non soggetta ad abomini del tipo sconti, condizionali, amnistie, indulti, riduzioni e quant'altro: una condanna severa ed esemplare, ed una pena inflitta con il massimo rigore. Perchè è così che si fanno rispettare le leggi.
Prendiamo, per esempio, il caso di un qualunque povero diavolo di sesso maschile che lasci velatamente intendere alla disgraziata di turno che ci potrebbe essere una remotissima possibilità che nella serata di sabato si possa uscire insieme, e che quindi ella potrebbe, in via del tutto eccezionale, aspettarsi di ricevere non dico una telefonata, ma quanto meno un sms, anche al limite riportato da altri (dopo i 30 anni ed alle soglie dell'estate si scende a qualunque compromesso, purché si tratti di frequentazione eterosessuale), che la inviti appunto a questo incontro. Ebbene, non si tratta forse di un appuntamento??? E quindi, il non rispettare l'impegno preso, seppur verbale, ed il non telefonare non dico due giorni prima, ma nemmeno alle ore 8 del medesimo sabato sera (perchè la disgraziata, ça va sans dire, ci spera fino all’ultimo momento, ed è già tutta bella, pronta ed agghindata dalle 2 del pomeriggio, avendo passato la mattina dal parrucchiere, dall'estetista e dalla manicure, oltre che avendo dedicato il pomeriggio del venerdì alla ricerca di qualcosa di adatto da indossare per l'occasione), non è forse questo, signori della corte, l'infamante reato di simulazione d'appuntamento di cui parlavamo poco sopra? E quindi, ecco che la legge dovrebbe scattare, inflessibile come si conviene ad uno Stato civile.
Si dovrebbe innanzitutto procedere con l'emissione di un mandato di cattura per l'infame (perchè è questo ciò che realmente è chi si macchia di questo reato: un infame), prontamente eseguito dalle Autorità competenti le quali, sguinzagliate a sirene spiegate per la città, lo pescherebbero con facilità con le mani nel sacco: nello specifico, o fuori con un'altra (e qui scattano le aggravanti), od a rincoglionirsi fradicio di birra con gli amici davanti alla Play Station (il che presuppone sì la semi-infermità mentale, ma non per questo deve infondere nella giuria la tentazione di disporre l’archiviazione del caso, sia ben chiaro!). Ammanettato dunque il criminale, non innocente ma colpevole fino a prova contraria (prova che non arriverà, statene certi), lo si dovrebbe trarre immediatamente di fronte alla corte, e procedere a processarlo per direttissima. Processo e condanna, ovviamente. Condanna, come abbiamo detto, da scontarsi entro i tre giorni successivi, secondo le direttive impartite dal giudice, direttive che, a titolo del tutto esemplificativo, potrebbero riguardare l'obbligo innanzitutto di far recapitare fiori e cioccolatini al domicilio della vittima, con il gentile invito a voler concedere la propria compagnia per una cena nel più esclusivo ed elegante ristorante della città; naturalmente, il condannato dovrebbe andare a prendere la cara ragazza sotto casa attendendola pazientemente seduto in auto per una ventina di minuti; il medesimo condannato si vedrebbe anche negato il diritto di usare il telefono cellulare per tutta la durata dell'appuntamento, ed altresì dovrebbero essere banditi dalla serata argomenti di conversazione quali il calcio, le corse automobilistiche, la pallacanestro, il wrestling, la politica, la contingenza economica internazionale, la mamma, l'ex moglie, le fidanzate precedenti, i figli più o meno legittimi, le proprie abitudini igieniche ed alimentari e le gare di rutti e sputi con gli amici. Al contrario, la legge approva che la ragazza abbia il diritto di ammorbare il malcapitato con un lungo elenco di noiosi aneddoti riguardanti la propria infanzia, gli anni felici delle scuole elementari, quelli difficili ed incompresi del Liceo, e gli undici trascorsi all’università (sì, me la sono presa un po’ comoda: vi crea forse qualche problema?). L'eventuale dopocena erotico, infine, benché non obbligatorio, sarebbe comunque molto gradito.
Ecco, questo mi pare un esempio di applicazione di una legge giusta ed equa.
P.S. Che ci crediate o no, il pezzo è stato buttato giù in fretta ad un tavolino del Mc Donanld’s, fra una porzione di pollo fritto ed un abbondante quantitativo di patatine. Le ditate di unto, qui sul pc, non compaiono, ma vi posso assicurare che facevano bella mostra di sé sul retro del contratto di conto corrente del cliente da cui mi stavo recando. Ovviamente il contratto è stato ristampato. August 19 SICILIALa parte più avventurosa del viaggio in moto, qualunque sia la vostra destinazione, è dirlo alla vostra famiglia: infatti dovete comunicare loro che non solo andate a considerevole distanza, ma che ci state andando da soli, in moto, facendo tutto il tragitto stradale, e che avete intenzione di stare via per parecchio tempo. C'è chi opta per snocciolare queste comunicazioni con un dovuto anticipo, una alla volta, per rendere l'impatto meno doloroso agli amati congiunti. Io, personalmente, alla luce dell'esperienza maturata negli anni di frequentazione della mia strampalata famiglia, ho messo a punto una tecnica forse eticamente discutibile, ma che assicura discreti risultati: do la comunicazione tutta d'un colpo a mio padre un paio di giorni prima di partire, ed a mia madre lascio che sia lui a dirlo. Credetemi, è una gran trovata. Il cervello di mio padre entra infatti in uno stato di avanzata catalessi non appena gli dico che la meta delle mie ferie estive è a 1200 km da casa, e quindi le frasi successive (ci vado da sola, sto via due mesi e mezzo, mi faccio tutta la strada in moto in un sol botto, parto dopodomani) gli scivolano addosso in maniera abbastanza indolore, scongiurando il pericolo dell'arresto cardiaco. I neuroni paterni si riprendono così giusto in tempo per venirmi a salutare la mattina della partenza, alle 5, allorquando tutte le paure ancestrali si risvegliano nella sua mente: ed è un profluvio interminabile, che non bisogna assolutamente interrompere, pena il riavvolgimento del nastro e la conseguente partenza in ritardo, di frasi del tipo: - Vai piano. - - Sì babbo. - - Telefona. - - Sì babbo. - - Ma non ce l'avevi un'amica che venisse con te? - - No babbo. - - Ma sei sicura? Hai chiesto ad Annalaura? - - Sì babbo. - - Quella è una ragazzina per bene, un'amicizia giusta: la dovresti frequentare di più... - (e sospira) - Sì babbo. - - Ed Alessandra? Hai provato a chiederglielo? Lei non poteva venire? - - No babbo.- - Ma sei sicura di voler stare via tanto? - - Sì babbo. - - Ma così tanto? Non ti annoierai? - - No babbo. - - Va bene. Ma se hai bisogno telefona. - - Sì babbo. - - Non farti mancare nulla. - - No babbo. - - Se vuoi tornare indietro prima, chiama che ti vengo a prendere. - - Sì babbo. - Pausa per riprendere fiato. Voi nel frattempo avete finito di caricare le borse sulla moto, avete legato le ultime cinghie e vi state apprestando ad indossare i guanti. Ed ecco che lui lancia uno sguardo esperto al carburatore e riattacca: - Hai fatto il pieno ieri sera? - - Sì babbo. - - Hai fatto controllare anche le gomme? - - Sì babbo. - - Ma le hai fatte controllare dal benzinaio? - - Sì babbo. - (e da chi vuole che le abbia fatte controllare? Dal lavavetri al semaforo?) - Dovevi farle controllare dal meccanico della concessionaria, era meglio. - - Sì babbo. - - Non fai in tempo a fermarti adesso a farle controllare, eh? - - No babbo. - (Sono le cinque di domenica mattina, dove lo trovo un meccanico aperto?) - Falle controllare in autostrada quando fai il pieno. - - Sì babbo. - - Ricordati però di dire all'inserviente che hai fatto della strada, e che le gomme saranno surriscaldate, quindi che si regoli con la pressione. - - Sì babbo. – - E fai anche la pipì quando ti fermi a fare benzina, non guidare trattenendola, che non ti fa bene e poi guidi nervosa. – - Sì babbo. - - Va bene. Allora... allora parti? - Quando pronuncia queste parole è quasi rassegnato all'ineluttabilità del suo destino di padre; tuttavia tenta ancora una volta l'ultima, disperata carta del tono commiserevole. Voi, per contro, avete sviluppato negli anni una corazza di insensibilità per queste situazioni pari forse solo a quella di un kamikaze talebano, e quindi gli rispondete come sempre: - Sì babbo. - - Va bene. Alla mamma l'ho detto io, però chiamala mentre sei per strada. - - Sì babbo. - - Senti... Ma non è il caso che provi a risentire da Annalaura se vuole venire con te? Magari ti raggiunge domani col treno. - No babbo. - - Ma sei sicura? Gliel'hai chiesto? - - Sì babbo. - - E' una ragazzina tanto per bene, te l'ho sempre detto. Anche la sua famiglia. La dovresti frequentare più spesso. - - Sì babbo. - - Magari potrebbe anche presentarti un ragazzino a modo, no? - - Sì babbo. - (non sbuffate, per l'amor di Dio non sbuffate! Altrimenti perderete sicuramente il traghetto a Villa San Giovanni!) - Glielo hai chiesto di presentarti uno dei suoi amici? - - No babbo. - - Ecco vedi, è per questo che vai in vacanza da sola. Ma io dico, sei una ragazza tanto intelligente, tanto carina, ma è mai possibile che tu debba fare ancora queste vacanze da maschiaccio, per di più da sola? Camilla e Alessandra vanno via con i fidanzati, non potresti farlo anche tu? - - Sì babbo. - - Promettimi che quando rientri telefoni ad Annalaura e le chiedi se una sera ti fa uscire con uno dei suoi amici. - - Sì babbo. - - Promesso? - - Sì babbo. - Qualche altra frazione di attimi di silenzio imbarazzato. Vostro padre ha appena capito di avere toccato un tasto dolente e quindi decide di non insistere sull'argomento, tuttavia non riesce a staccarsi da voi e si aggrappa disperatamente a qualche altra raccomandazione. Voi, intanto, state indossando il casco. - Allaccialo bene. - - Sì babbo. - - E' allacciato bene? Che non sia lento. - - No babbo. - - Nemmeno troppo stretto, che poi ti viene mal di testa. - - Sì babbo. - - Se mentre guidi ti viene mal di testa fermati all'ombra e bevi un po' di acqua fresca. - - Sì babbo. - - Ma non gelida, che ti fa male! - - No babbo. - - Ce l'hai la bottiglia dell'acqua con te? - - Sì babbo. - - Ce l'hai comoda? Nel bauletto qui dietro? - - Sì babbo. - - Va bene. Hai preso i soldi al bancomat? - - Sì babbo. - - Lo sai che non voglio che viaggi senza soldi. Ne hai prelevati abbastanza? - - Sì babbo. - - Ricordati di andare piano. - - Sì babbo. - - E sei stanca fermati a riposare. - - Sì babbo. - - Ma fermati appena ti senti stanca, non cercare di fare della strada per vedere se ti passa! - - No babbo. - - Fermati nelle piazzole di sosta, o meglio negli autogrill, è meno pericoloso. - - Sì babbo. - - Non dare confidenza agli estranei: non fermarti vicino ai camionisti, od ai ragazzacci. - - No babbo. - - Cerca di fermarti vicino alla macchina di una famiglia, o di una coppia come me e la mamma. - - Sì babbo. - - Quando ti fermi approfittane per telefonare. E anche per fare la pipì, ricordatelo - - Sì babbo. – - Non farmi stare in pensiero. – - No babbo. - Sembra proprio che vi abbia detto tutto. Scavalcate con la gamba destra la sella della moto, impugnate il manubrio e fate il gesto di mettere in moto. Papà vi guarderà con gli occhioni lucidi ed ostinatamente non distoglierà lo sguardo: voi deponete per un attimo la maschera ostile ed insensibile, quasi indifferente, che avete ostentato fino a quel momento e con aria sicura e determinata, ma sorridendo, ditegli convinti: - Papà, stai tranquillo: andrà tutto bene. - - Sì... - Abbracciatelo, fategli due coccole sulla schiena, mostratevi entusiasti della decisione che avete preso, assumete un'espressione degna di chi sta partendo per delle ferie scandalosamente lunghe, mettete in moto e levate il cavalletto. - Ciao babbo. - - Ciao Titta. - - Ti telefono quando mi fermo a fare benzina. - - Sì, va bene. Ricordati. E vai piano! - Ricomincia la litania. Ma voi avete già accelerato e vi state recando, con un sorriso smagliante, al casello dell'autostrada, direzione Reggio Calabria. Fate buon viaggio. E telefonate a casa, mi raccomando.
June 09 IL PICCOLO PRINCIPE In quel momento apparve la volpe.
"Buongiorno", disse la volpe. "Buongiorno", rispose gentilmente il Piccolo Principe, voltandosi: ma non vide nessuno. "Sono qui", disse la voce, "sotto al melo...". "Chi sei?" domandò il Piccolo Principe. "Sono una volpe", disse la volpe. "Vieni a giocare con me", le propose il Piccolo Principe, "sono così triste...". "Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomesticata". "Che cosa vuol dire addomesticare?", chiese il Piccolo Principe. "E' una cosa da molto dimenticata", rispose la volpe. "Vuol dire creare dei legami...". "Creare dei legami?", domandò stupito il Piccolo Principe. "Certo.", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, ed io sarò per te unica al mondo.". "Comincio a capire...", disse il Piccolo Principe. La volpe continuò: "La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. Ed io perciò mi annoio. Me se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto la terra. Il tuo, invece, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi laggiù, in fondo, i campi di grano? Io non mangio il pane, ed il grano, per me, è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è così triste! Ma tu hai i capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. Ed amerò il rumore del vento nel grano...". La volpe tacque, e guardò a lungo il Piccolo Principe; poi disse: "Per favore... addomesticami.": "Volentieri.", rispose il Piccolo Principe, "Che cosa bisogna fare?". "Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino...". Il Piccolo Principe ritornò l'indomani. "Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora.", disse la volpe. "Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Con il passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti.". "Che cos'è un rito?", chiese il Piccolo Principe. "Anche questa è una cosa da tempo dimenticata.", disse la volpe. "E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore.". Così il Piccolo Principe addomesticò la volpe. E quando l'ora della partenza fu vicina: "Ah!", disse la volpe, "... piangerò". "La colpa è tua!", disse il Piccolo Principe. "Io non volevo farti del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi...": "E' vero.", disse la volpe. "Ma piangerai!", disse il Piccolo Principe. "E' certo.", disse la volpe. "Ma allora che cosa ci guadagni?", chiese il Piccolo Principe. "Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano.". Antoine de Saint-Exupéry, 1943. May 27 NEW YORK NEW YORKNew York è esattamente come me la ricordavo, anche se sono passati ormai sedici anni. I grandi alberghi, gli atri maestosi e lussuosi dei palazzi residenziali aperti trionfalmente e pomposamente sulle Avenue trafficate, i taxi gialli, il viavai dei pedoni frettolosi, le mille etnie differenti, i barboni col carrello, i venditori di hot-dog agli angoli delle strade. Cammino lungo la 12 Strada, giro l'angolo in prossimità della drogheria, alzo gli occhi e mi aspetto di vederle, le torri di vetro. Belle, alte, luccicanti nella luce del sole del primo pomeriggio. Non ci sono. Ma come? Stavano lì, me le ricordo, ho anche la foto. Ho la foto, me l'ha fatta Lucia, avevo 18 anni. Indossavo una magliettina rosa e bevevo un bicchiere enorme di Coca Cola, me la ricordo la foto, ce l'ho sulla scrivania, ero buffa vestita da turista, con lo zaino in spalla e le Superga blu, mentre bevevo Coca Cola con la cannuccia e sorridevo a Lucia, con le Torri alle mie spalle. Erano lì, le Torri Gemelle. Io me le ricordo. Avevo 18 anni, era il 1991, ma io me le ricordo. Erano lì, in fondo alla strada, spiccavano alte dai palazzi in pietra rossiccia del quartiere. Erano lì. Io me le ricordo. Non c'è niente, in fondo alla strada: non c'è niente, dietro alle palazzine tutte uguali in mattoni rossi, con le finestre Art Déco annerite dallo smog tutte in fila l'una di seguito all'altra, con le scale antincendio in ferro arrugginito che tagliano diagonalmente le facciate dei palazzi. Un'idea tutta americana, quella di mettere le scale antincendio sulla facciata di un palazzo. Un'idea tutta americana, quella di mettere il ballatoio proprio all'altezza dei davanzali. Noi italiani, che viviamo blindati dietro ad inferriate inespugnabili perfino se stiamo all'ottavo piano, non potremmo concepire di avere qualcuno che ci passeggia sul ballatoio sospeso a venti metri da terra proprio mentre ci facciamo la doccia. Non ci sono le Torri, in fondo alla strada. C'è solo il cielo azzurro, dietro ai tetti. Ma erano lì le Torri, io ho la foto, me le ricordo. Erano lì. Io bevevo Coca Cola, con lo zainetto in spalla e le Superga ai piedi, e loro erano lì, dietro di me. Si vedono bene, nella foto che mi ha fatto Lucia. Loro erano lì. E adesso non ci sono più.
Non ci credi finché non lo vedi, l'11 settembre. Non ci credi, non lo ritieni possibile, ti ripeti fino all'ultimo momento che è stata un'esagerazione dei media, un bruttissimo spettacolo televisivo, uno scherzo alla Orson Wells. Non ci credi, non esiste l'11 settembre fino a che non lo vedi, fino a che non ti ci ritrovi davanti. Allora sì, che lo vedi. O meglio, che NON lo vedi. Perchè non c'è nulla, non è rimasto nulla, non hanno lasciato nulla. Tu arrivi in questo posto, ti aspetti di trovare qualcosa, e non vedi nulla. Perchè non c'è nulla da vedere. Non è rimasto nulla, non hanno lasciato nulla, non c'è niente. Uno spiazzo ampio come Piazza Maggiore, due volte Piazza Maggiore, tre volte almeno, Piazza Maggiore. E niente altro. Questo vuoto ti assorbe, ti annichilisce, ti cattura. E' il nulla di Fantàsia, è come un buco nero, ha un potere gravitazionale talmente forte che risucchia ogni cosa - colori, luce, suoni, odori. Risucchia le persone, Ground Zero. E' lì, davanti ai tuoi occhi, sotto ai tuoi piedi, freddo come il Bacio dei Dissennatori; tu tieni gli occhi sbarrati davanti ad un baratro profondo come l'universo, come l'animo umano, come la cattiveria e la follia dell'invasato che l'ha concepito. C’è racchiuso tutto l’horror vacui dell’umanità, a Ground Zero. Stai lì, guardi, e non vedi nulla. Dà le vertigini, Ground Zero. E mentre si scende, al suo centro, lungo la passerella in cemento, sembra di avvicinarsi al centro dell’inferno. Solo che non ci sono le fiamme, in questo inferno: non ci sono i fiumi di lava, non fa caldo, non ci sono i demoni in questo freddo inferno. Fa freddo, a Ground Zero. Il freddo del vuoto, del nulla, tutto il freddo del vuoto cosmico è lì, in quello spiazzo, che nemmeno sotto il sole più rovente riesce a scaldarsi. In effetti, non c’è, apparentemente, davvero nulla di infernale in questo inferno. Solo silenzio, qualche mulinello di polvere, e la targa in bronzo posta in fondo alla discesa, laddove prima, una volta, sei anni fa, dieci anni, sembrano mille anni fa, svettavano alte e maestose le Torri Gemelle, trionfo dell’americanismo tutto soldi, vetro, ferro e cemento.
Io lassù ci sono stata, sulle Torri, intendo: sedici anni fa, dall'alto dei miei diciotto anni, tronfia e presuntuosa come tutti i diciottenni, convinta di avere in mano la mia vita e tutto il mondo; e da lassù lo guardavo, questo pazzo mondo, convinta che una volta scesa sarei stata in grado di dominarlo. E quel martedì di settembre, ormai così lontano, inchiodata davanti alla televisione, ho chiuso gli occhi ed ho rivisto quel panorama mozzafiato: l'oceano, le strade intricate, le nuvole, la piccolezza del singolo uomo e la grandezza e genialità del genere umano. E so, perché l'ho capito sedici anni fa, mentre quelle tonnellate di acciaio oscillavano sotto i miei piedi, apparentemente così esili eppure così poderose, o forse apparentemente così poderose ed invece così esili, che l'unica cosa che avevo in mente, scendendo dalla cima del grattacielo, non ero io, non era il mio futuro, non era la mia pretenziosità, la mia esuberanza, il mio egoismo: ma la consapevolezza di trovarmi nel Paese più orgoglioso - e più degno di esserlo - che Dio potesse creare; un Paese di gente che si è veramente fatta da sola, mandriani, pezzenti, schiavi, ma soprattutto lavoratori che credevano, e credono, nella libertà. Nel Sogno Americano. Mi dissi che ci avrei portato i miei figli, sulla cima delle Torri Gemelle: non capiterà. Non capiterà, sicuramente perché le Torri non ci sono più, e probabilmente anche perché di figli non ne avrò. Comunque, resta il fatto che lì, al posto dei grattacieli gemelli, c’è un grande buco, e basta.
Non ci sono più, le Torri Gemelle. Non che mi aspettassi di vederle, tornando a New York dopo tanti anni. Però credevo che almeno l’immagine, almeno l’illusione, pensavo che quanto meno una pallida ombra, una sensazione ne sarebbe rimasta. E invece non c’è nulla. Non è rimasto nulla, non hanno lasciato niente. Niente, a parte questo buco immenso. Il buco nella città riflette il buco nell’anima, di questa Grande Mela. Che in fondo, senza le sue Torri, non è nemmeno più tanto grande, e neppure più tanto rossa.
Ciao Steph.
Lettera a Stefano, maggio 2007
December 28 NEVE DI BOLOGNADue settimane fa a Bologna ha nevicato. Solo due ore, a pomeriggio inoltrato: le strade erano illuminate dai lampioni, dalle luci dei negozi e dai fari delle auto. Le strade di poco passaggio invece, quasi buie, eccezion fatta per i radi e fiochi lampioni, lampioni di second'ordine, in quelle strade di second'ordine, si sono imbiancate subito. I pochi passanti, frettolosi e freddolosi, avvolti nei loro pastrani e nelle sciarpe sollevate fino a coprire quasi gli occhi, lasciavano le orme sui pochi millimetri di neve caduta. La Lety guardava la neve, dalla vetrina del suo negozio: l'albero di Natale sulla destra, un tavolino con un piccolo lume sulla sinistra, tanti pacchetti da fare sul tavolo. La Lety guardava la neve preoccupata, il Burgman era parcheggiato nella via in angolo, sarebbe stata dura andare a casa quella sera. Ma guardava la neve anche con gioia, i fiocchi bianchi, soffici e giganteschi che cadevano silenziosi ovattavano l'atmosfera, rendendo silenziosi anche i grandi autobus che, quando transitano in corsa sui lastroni di Strada Maggiore, fanno tintinnare i vetri delle cristalliere. Carta verde, nastro rame. Prima un nodo, poi il fiocco, il tocco finale con il nastrino di raso, l'etichetta. La neve che cade leggera ha un odore azzurro, striato di blu, nelle sue note più alte - le più fredde. L'aria gelida, del colore di una perla, odora di ghiaccio misto ad un suono stridulo di violino. Sembra un bambino che piange - o forse sta solo ridendo. Carta marrone, nastro verde. Il nodo, il fiocco, il nastrino di raso, l'etichetta. I motorini sfrecciano veloci, nel tentativo di arrivare a destinazione prima che le strade si blocchino definitivamente, rendendo impossibile il ritorno a casa sulle due ruote. Ma la neve, che ormai cade copiosa, sopisce qualunque rumore, e gli scooter paiono comparse di un vecchio film muto, uno di quelli con la colonna sonora suonata al pianoforte... ed il pianoforte si sente veramente, in negozio: ma è il concerto di Rachmaninov, lo stereo collocato dietro al paravento lo suona infaticabilmente ormai da alcune ore.
Carta rame, nastro oro. Nodo, fiocco, nastrino di raso, etichetta. La neve continua a cadere. Dopo un paio d'ore ha cominciato a piovere, la neve si è disciolta in pochi minuti. La strada era tornata ad essere il solito pantano maleodorante, l'aria era nuovamente grigia, la pioggia ha un odore color prugna; gli autobus di nuovo rumorosi, le auto di nuovo arroganti, i motorini di nuovo sfrontati. Carta blu, nastro blu. Il suo preferito. Prima il nodo, poi il fiocco, il nastrino di raso, infine l'etichetta. Questo è venuto proprio bene. La Lety ha guardato fuori, tirando un sospiro a metà fra il deluso ed il sollevato. Il ritorno a casa non sarebbe stato troppo difficile. Poteva tornare a concentrarsi sul suo pacchetto.
Lettera a Stefano, 21 dicembre 2003 November 15 IL VELISTA (I)
IL VELISTA (II)
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