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    May 27

    NEW YORK NEW YORK

    New York è esattamente come me la ricordavo, anche se sono passati ormai sedici anni.

    I grandi alberghi, gli atri maestosi e lussuosi dei palazzi residenziali aperti trionfalmente e pomposamente sulle Avenue trafficate, i taxi gialli, il viavai dei pedoni frettolosi, le mille etnie differenti, i barboni col carrello, i venditori di hot-dog agli angoli delle strade.

    Cammino lungo la 12 Strada, giro l'angolo in prossimità della drogheria, alzo gli occhi e mi aspetto di vederle, le torri di vetro. Belle, alte, luccicanti nella luce del sole del primo pomeriggio. Non ci sono. Ma come? Stavano lì, me le ricordo, ho anche la foto. Ho la foto, me l'ha fatta Lucia, avevo 18 anni. Indossavo una magliettina rosa e bevevo un bicchiere enorme di Coca Cola, me la ricordo la foto, ce l'ho sulla scrivania, ero buffa vestita da turista, con lo zaino in spalla e le Superga blu, mentre bevevo Coca Cola con la cannuccia e sorridevo a Lucia, con le Torri alle mie spalle. Erano lì, le Torri Gemelle. Io me le ricordo. Avevo 18 anni, era il 1991, ma io me le ricordo. Erano lì, in fondo alla strada, spiccavano alte dai palazzi in pietra rossiccia del quartiere. Erano lì. Io me le ricordo. 

    Non c'è niente, in fondo alla strada: non c'è niente, dietro alle palazzine tutte uguali in mattoni rossi, con le finestre Art Déco annerite dallo smog tutte in fila l'una di seguito all'altra, con le scale antincendio in ferro arrugginito che tagliano diagonalmente le facciate dei palazzi. Un'idea tutta americana, quella di mettere le scale antincendio sulla facciata di un palazzo. Un'idea tutta americana, quella di mettere il ballatoio proprio all'altezza dei davanzali. Noi italiani, che viviamo blindati dietro ad inferriate inespugnabili perfino se stiamo all'ottavo piano, non potremmo concepire di avere qualcuno che ci passeggia sul ballatoio sospeso a venti metri da terra proprio mentre ci facciamo la doccia.

    Non ci sono le Torri, in fondo alla strada. C'è solo il cielo azzurro, dietro ai tetti.

    Ma erano lì le Torri, io ho la foto, me le ricordo. Erano lì. Io bevevo Coca Cola, con lo zainetto in spalla e le Superga ai piedi, e loro erano lì, dietro di me. Si vedono bene, nella foto che mi ha fatto Lucia.

    Loro erano lì. E adesso non ci sono più.

     

    Non ci credi finché non lo vedi, l'11 settembre. Non ci credi, non lo ritieni possibile, ti ripeti fino all'ultimo momento che è stata un'esagerazione dei media, un bruttissimo spettacolo televisivo, uno scherzo alla Orson Wells. Non ci credi, non esiste l'11 settembre fino a che non lo vedi, fino a che non ti ci ritrovi davanti.

    Allora sì, che lo vedi. O meglio, che NON lo vedi. Perchè non c'è nulla, non è rimasto nulla, non hanno lasciato nulla.

    Tu arrivi in questo posto, ti aspetti di trovare qualcosa, e non vedi nulla. Perchè non c'è nulla da vedere. Non è rimasto nulla, non hanno lasciato nulla, non c'è niente. Uno spiazzo ampio come Piazza Maggiore, due volte Piazza Maggiore, tre volte almeno, Piazza Maggiore. E niente altro. Questo vuoto ti assorbe, ti annichilisce, ti cattura. E' il nulla di Fantàsia, è come un buco nero, ha un potere gravitazionale talmente forte che risucchia ogni cosa - colori, luce, suoni, odori. Risucchia le persone, Ground Zero. E' lì, davanti ai tuoi occhi, sotto ai tuoi piedi, freddo come il Bacio dei Dissennatori; tu tieni gli occhi sbarrati davanti ad un baratro profondo come l'universo, come l'animo umano, come la cattiveria e la follia dell'invasato che l'ha concepito.

    C’è racchiuso tutto l’horror vacui dell’umanità, a Ground Zero.

    Stai lì, guardi, e non vedi nulla. Dà le vertigini, Ground Zero. E mentre si scende, al suo centro, lungo la passerella in cemento, sembra di avvicinarsi al centro dell’inferno. Solo che non ci sono le fiamme, in questo inferno: non ci sono i fiumi di lava, non fa caldo, non ci sono i demoni in questo freddo inferno.

    Fa freddo, a Ground Zero. Il freddo del vuoto, del nulla, tutto il freddo del vuoto cosmico è lì, in quello spiazzo, che nemmeno sotto il sole più rovente riesce a scaldarsi.

    In effetti, non c’è, apparentemente, davvero nulla di infernale in questo inferno. Solo silenzio, qualche mulinello di polvere, e la targa in bronzo posta in fondo alla discesa, laddove prima, una volta, sei anni fa, dieci anni, sembrano mille anni fa, svettavano alte e maestose le Torri Gemelle, trionfo dell’americanismo tutto soldi, vetro, ferro e cemento.

     

    Io lassù ci sono stata, sulle Torri, intendo: sedici anni fa, dall'alto dei miei diciotto anni, tronfia e presuntuosa come tutti i diciottenni, convinta di avere in mano la mia vita e tutto il mondo; e da lassù lo guardavo, questo pazzo mondo, convinta che una volta scesa sarei stata in grado di dominarlo. E quel martedì di settembre, ormai così lontano, inchiodata davanti alla televisione, ho chiuso gli occhi ed ho rivisto quel panorama mozzafiato: l'oceano, le strade intricate, le nuvole, la piccolezza del singolo uomo e la grandezza e genialità del genere umano. E so, perché l'ho capito sedici anni fa, mentre quelle tonnellate di acciaio oscillavano sotto i miei piedi, apparentemente così esili eppure così poderose, o forse apparentemente così poderose ed invece così esili, che l'unica cosa che avevo in mente, scendendo dalla cima del grattacielo, non ero io, non era il mio futuro, non era la mia pretenziosità, la mia esuberanza, il mio egoismo: ma la consapevolezza di trovarmi nel Paese più orgoglioso - e più degno di esserlo - che Dio potesse creare; un Paese di gente che si è veramente fatta da sola, mandriani, pezzenti, schiavi, ma soprattutto lavoratori che credevano, e credono, nella libertà. Nel Sogno Americano.

    Mi dissi che ci avrei portato i miei figli, sulla cima delle Torri Gemelle: non capiterà. Non capiterà, sicuramente perché le Torri non ci sono più, e probabilmente anche perché di figli non ne avrò. Comunque, resta il fatto che lì, al posto dei grattacieli gemelli, c’è un grande buco, e basta.

     

    Non ci sono più, le Torri Gemelle. Non che mi aspettassi di vederle, tornando a New York dopo tanti anni. Però credevo che almeno l’immagine, almeno l’illusione, pensavo che quanto meno una pallida ombra, una sensazione ne sarebbe rimasta. E invece non c’è nulla. Non è rimasto nulla, non hanno lasciato niente. Niente, a parte questo buco immenso.

    Il buco nella città riflette il buco nell’anima, di questa Grande Mela. Che in fondo, senza le sue Torri, non è nemmeno più tanto grande, e neppure più tanto rossa.

     

    Ciao Steph.

     

                                                                                                                                                                                                                 Lettera a Stefano, maggio 2007