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7月24日 LA FINESTRA SUL CORTILEFa caldo, di giorno. E la sera la casa è un forno. Si dorme solo con la finestra aperta.
Sale il profumo dei gelsomini, dal cortile del mio condominio. E quello delle ortensie. Quest'anno sono particolarmente rigogliose, ed hanno fatto tantissimi fiori. Ma è il gelsomino che prevale. Arriva di lato, da destra: entra a vampate, a seconda di come spira la brezza; a volte si mescola con quello delle ortensie, che sale pressoché in verticale, e la stanza si impregna di un odore dolciastro; altre volte il profumo delle ortensie si ferma al piano di sotto, fra l'alloro e la bouganville della signora del quinto piano, ed i gelsomini hanno via libera, fra le tende bianche, quasi trasparenti, che velano parte della finestra spalancata. Pare incredibile, ma il loro profumo sembra schermare, od almeno lottare disperatamente per riuscirci, il rumore che arriva dalla strada poco lontana: l'autobus che gira anche di notte, i motorini che sfrecciano selvaggi, la sirena della polizia, qualche pazzo che svolta a tutta velocità facendo stridere le gomme dell'auto, un ubriaco che urla, due frikkettoni che litigano; e poi c'è il camion dell'immondizia, quello che spazza la strada e quello che periodicamente la allaga per lavarla (ma a pulire i tombini non ci pensa nessuno, e quindi l'acqua ristagna sull'asfalto fino alla mattina successiva, quando il sole, già rovente alle nove, lo asciuga in pochi minuti). E' anche bello giocare a James Stewart, in queste serate calde: le finestre del condominio, serrate di fronte al sole per tutta la giornata, la sera si schiudono come fiori notturni e fanno emergere dai loro petali grasse signore indaffarate a rassettare la cucina, fumatori in castigo sul balcone, bimbi seminudi che non vogliono farsi il bagno e corrono urlando da una stanza all'altra, anziane e scheletriche donne con lo scialle stretto attorno alle esili spalle, una coppia di fidanzati che sfogliano il catalogo Ikea, manager incalliti che trafficano col cellulare anche dopo cena, e l'immancabile panzone in mutande e canottiera che esce a farsi una birra nell'intervallo della partita. In questa piacevole serra di umanità io spengo tutte le luci, accendo un bastoncino di incenso alla citronella, metto nello stereo un cd (questa sera sto ascoltando un concerto di Vivaldi) e mi diverto a spiare nelle vite degli altri.
Lettera a Stefano, 21 giugno 2006 7月15日 DA ROMA A CAPO HORN - E RITORNOCiao Steph.
E’ passato così tanto tempo. Ti ho davvero perduto dietro a Capo Horn? Era da mettere in conto, certo. Ma non lo avevo previsto. E neppure mai ritenuto possibile.
Ero a Roma, martedì. Ero proprio dietro al tuo ministero, sul laghetto dell'Eur: ti ho scritto da lì, con il mio telefonino blu: avrei voluto vedere che faccia facevi a sapermi seduta sulla panchina più vicina all'acqua. Annaffiavano le aiuole, e l'acqua finemente vaporizzata spezzava la calura opprimente di quel sole a picco, già alle dieci del mattino. Sai cosa ho notato? Che da voi a Roma il sole è a picco sulla verticale tutto il giorno, anche all'alba ed al tramonto. Non segue il consueto cammino, no: a Roma il sole non sale lentamente da est, non rischiara a poco a poco il cielo, non riscalda gradatamente l'aria. No. A Roma da voi il sole picchia in verticale per tutto il tempo, appena sorge... pam! è già lì che ti frigge la testa. E' arrogante come se guidasse un'auto, solca il cielo con lo stesso cipiglio ostinato e strafottente con cui voi dell'Urbe impegnate le strade. Ehi, ma... non avrà per caso un Burgman nero anche lui? Ero a Roma, martedì. Sono salita sul primo Eurostar del mattino, quello delle 6 e mezzo, quello che mi porta fortuna, anche se mi costa una levataccia inaudita. Motivi di lavoro. Sono riuscita a spuntare un colloquio con quelli di Banca di Roma. Non fare quella faccia, sai bene che prima o poi ci sarei arrivata. La Cassa dei Risparmi di Forlì mi va stretta, se ti ricordi come sono fatta sai benissimo cosa ho in mente, e Capitalia è una delle poche realtà bancarie che me lo può offrire. Insomma, dopo curriculum fatti scivolare su un paio di scrivanie e ceri votivi accesi a Sant'Antonio ecco che ottengo l'appuntamento tanto atteso. E parto, alla volta del grande edificio marrone che sta a margine del famoso laghetto, in fondo a viale America. All'alba a Bologna l'aria è frizzante, ma promette cambiamenti in corso d'opera: sarà una giornata calda, come compete a tutte quelle di luglio. Terzo binario, carrozza numero 6, posto numero 87, accanto al finestrino. Non c'è ancora nessuno, speriamo che il posto di fronte non sia prenotato, così posso allungare le gambe sotto al tavolino. Ho portato un bel libro con me, mi terrà buona compagnia nelle successive tre ore: Il Mago di Oz, di Frank Baum. Sì, Il Mago di Oz, quello che racconta la storia di Dorothy, dello spaventapasseri privo di cervello, dell'omino di latta senza cuore e del leone fifone. Una bellissima favola. Deve essere la ventesima volta che lo rileggo, ma ogni volta ci scopro qualcosa di nuovo, quindi anche in questa occasione mi aspetto di cogliere un dettaglio che mi era sfuggito nelle precedenti letture. E poi mi serve lo spunto per un nuovo racconto che ho in mente di scrivere, e se non ho l'incipit non sono in grado di andare avanti: una specie di blocco creativo, di blocco dello scrittore insomma. Una galleria dopo l'altra, in un tempo interminabile il serpentone grigio e verde valica l'Appennino ed entra maestoso a Firenze, dove salgono uno stuolo di caciaroni, rumorosi, maleducati, chiassosi e malvestiti fiorentini. Novanta chilometri percorsi in un'ora ed un quarto: una velocità da treno dei pendolari, non trovi? Ma non è questa la sede per discutere di politica e dei programmi del Governo sulle cosiddette Grandi Opere. Fortunatamente, in pianura la situazione migliora. Mi rituffo nelle pagine fitte di caratteri da stampa, e la prima volta che alzo il naso dalle vicende di Dorothy siamo già sotto allo strapiombo di Orvieto: la sagoma del Duomo svetta contro il cielo azzurrissimo, e la roccia sembra lievitare come un panettone dalle dolci colline punteggiate di gigantesche rotoballe di fieno, mentre i tetti della graziosa cittadina recitano benissimo la parte delle mandorle glassate della copertura. Il tempo di reimmergermi nella lettura, ed il treno supera Settebagni, passa sotto al raccordo anulare, fiancheggia l'Aeroporto dell'Urbe, corre accanto alle auto incolonnate sulla Salaria. Mi ci rivedo, sulla Salaria in sella al mio Burgman, in quel giorno di quattro anni fa. Fu splendida, l'estate del 2002. Davvero, non credo che riuscirò mai più in tutta la mia vita ad essere tanto felice come lo sono stata allora. Arrivata in stazione non ho nemmeno il tempo di mettere il naso fuori - peccato, vedrò la mia città preferita solo alcune ore dopo. Al volo lungo la galleria sotterranea, giù di corsa lungo le rampe di scale, di gran carriera alla biglietteria della Metro. Linea blu, direzione Laurentina. Fulmineo passaggio attraverso i tornelli, svicolata fra la gente che attende pigramente l'arrivo del convoglio, e respirone affannato proprio di fronte ai binari, a pochi centimetri dalla tanto citata linea gialla che "si prega di non oltrepassare", ripete la voce al megafono in due lingue, italiano ed inglese. C'è un manifesto che attira la mia attenzione, a fianco delle panchine di attesa: concorso letterario "parole in corsa". Interessante. Chiedono di inviare un racconto. Magari spedirò loro proprio questo, questa lettera che ti sto scrivendo Steph, chissà. Quando si tratta di scrivere, sono imprevedibile. Arriva il convoglio: allora: sono nove fermate, pronti a contare. Cavour, e una. Colosseo, e due; magari al ritorno scendo qui, e mi faccio un bel giro a piedi. Piramide, Garbatella, San Paolo, Magliana: e otto. Palasport, la mia. Salgo di corsa le scale, sbuco su Viale America, giro gli occhi a sinistra ed ecco la grande insegna rossa, a poche centinaia di metri. L'atrio è maestoso. Sono nervosissima, inutile dirlo. Ma il colloquio va bene, e dopo un'ora eccomi di nuovo a spasso su un asfalto che si scioglie sotto alle suole delle mie sneakers argento. Sì, perché ho avuto il coraggio di andare ad un colloquio di lavoro con le sneakers ai piedi. E allora? Attraverso i giardinetti, passo accanto alla piscina da cui arrivano le urla dei ragazzini che nuotano e giocano fra gli spruzzi, scendo verso il laghetto, mi scelgo una panchina in ombra e raccolgo le idee qualche minuto. Poi torno alla metro, e proseguo la mia giornata romana. Ordinaria amministrazione, una bella passeggiata nelle strade che più mi piacciono, un po' di shopping, un saluto al Colosseo, una capatina in quella bella formaggeria dietro Piazza Navona che mi farà vergognare per tutto il viaggio di ritorno (ce l'hai presente l'odore pungente di un paio di chili di buon formaggio laziale all'interno di una cabina pressurizzata delle Ferrovie dello Stato?), una grattachecca all'unico chioschetto che pare sconosciuto ai turisti (ed infatti me l'ha indicato un amico, romano doc - a parte la fede calcistica, tifa Lazio), il lancio della monetina a Fontana di Trevi, uno sguardo fugace alla scalinata di Piazza di Spagna: ma fa troppo caldo per affrontarla, oggi; meglio mettere i piedi a bagno nella Barcaccia del Bernini, come fanno tutti quei turisti con gli occhi a mandorla. In fondo basta poco per confondersi tra loro, è sufficiente raccogliere i capelli con una molletta ed arrotolare i pantaloni al polpaccio. E poi direzione Stazione Termini. Per cena, sono di nuovo nella grigia, afosa, ai miei occhi triste Bologna. Curioso, pare perfino poco trafficata al confronto con i pazzi scatenati di Via Nazionale. Ma lo sai che un autobus ha infilato una svolta completamente contromano? Ed i taxi, a Piazza della Repubblica, superavano le auto in coda invadendo la corsia di marcia opposta! Ma già, che te lo dico a fare? Tu lo sai benissimo, tu hai la fortuna di viverci nella bella Roma. Io... chissà. Nello spazio del questionario relativo alla scelta della destinazione di lavoro ho scritto "Roma", decisa. In stampatello, tutto maiuscolo, sottolineato due volte. Chissà che non capiscano. Non parevano stupidi, del resto.
Lettera a Stefano, 14 luglio 2006
7月7日 PLEIN AIRL'alba sorge presto, in mare: prima che in terraferma, in barba a qualunque orologio e ad ogni regola temporale. Il sole sorge prima, in barca: ed illumina e riscalda ogni cosa. L'alba sorge presto, sul Plein Air: uno splendido First 40.7, 12 metri di pura emozione, una barca più da regata che da crociera, che poco perdona ed ancor meno concede, che richiede una buona conduzione al timone, una buona regolazione delle vele... e che una volta messa a segno e portata doverosamente, regala attimi memorabili... E' l'alba, sul Plein Air, l'alba o poco più tardi. Gli "inquilini" del sottocoperta – quattro coetanee che stanno facendo di tutto per marinizzarsi, per perdere quell’aplomb da bolognese quadratico medio che porta inevitabilmente a prendere l’aperitivo al RosaRosae alle sette di sera, quattro ragazze di città, tremendamente di città, che durante il giorno gironzolano nel pozzetto con le infradito in plastica rosa e che ogni tanto patiscono di lontananza dalla terraferma… al contrario del loro comandante, che di scendere a terra proprio non avrebbe mai voglia - si arrotolano fra le lenzuola, cercando un angolino della cabina ancora non illuminato dai raggi del sole per proseguire il loro sonno indisturbati. E' l'alba, sul Plein Air. Anche questa notte, trascorsa alla fonda in rada, è stata tranquilla. Anche questa notte ho dormito in pozzetto, vuoi per contare le stelle a notte fonda prima di addormentarmi, vuoi per esprimere più desideri possibile ad ogni scia che solca il cielo, vuoi per calarmi in pieno nel mio ruolo di skipper e mantenere l'ancoraggio sempre sotto controllo, vuoi per avere il privilegio di godermi - sola - l'alba in mare, mentre i gabbiani incrociano bassi sulla superficie dell’acqua e le piccole onde si infrangono sulla scogliera, vuoi semplicemente per mettere un poco d'aria fra me e le ragazze, che russano quattro gradini più sotto. E' l'alba, sul Plein Air. L'ora migliore per farsi il primo bagno della giornata. Con la mente ancora impastata di sonno mi sfilo in fretta gli abiti della notte, approfittando della totale solitudine mi levo pure il costume, aggrappandomi al sartiame salgo sul punto più alto del pulpito di poppa e mi tuffo - testa incassata fra le braccia alzate e gambe unite e perfettamente distese - nel blu di quell'acqua tiepida ed immobile.
E' mattina, sul Plein Air: è ora di scoprire cosa faranno vento e mare, è ora di decidere dove dirigere la prua, è ora di tracciare la prima rotta. Annalaura ha messo sul gas il caffè, io bevo una tazza del té al gelsomino che Chiara ha provvidenzialmente preparato quindici minuti prima, e sgranocchio un biscotto al cioccolato sbriciolandone metà sulla carta nautica del Cap Corse. Margherita stende i teli al sole, Camilla rassetta i divanetti. Tempo mezz'ora e salperemo dalla rada, alla ricerca del vento migliore e dell'onda più accattivante, verso panorami in antitesi con l'idea stessa di mare - ripidi versanti montani che sprofondano quasi verticali in un mare in netto contrasto con la cornice che lo circonda. 7月2日 1988
Avevo 15 anni la prima volta che sono salita su una barca a vela. E non lo desideravo neppure. Andare a vela, intendo. Era il 1988. Io e Camilla ci eravamo viste quell'anno, per la prima volta, anche durante l'inverno: facevamo la quinta ginnasio, lei al Pigafetta di Vicenza, ed io al Minghetti, a Bologna. A dire il vero era solo Camilla ad aver ottenuto il permesso di venirmi a trovare, i suoi genitori erano più scafati dei miei: ed ogni tanto il sabato, dopo l'uscita da scuola, se ne saliva sul treno ed in un paio d'ore arrivava a Bologna. Io andai per la prima volta a Vicenza da lei due anni dopo, avevo 17 anni: e mi ci portò papà, con la macchina. Me li ricordo, i miei quindici anni: acerbi, bastardi, bugiardi, arrivati all'improvviso, con la voglia dei capelli sciolti, e non sempre infiocchettati da mamma, con il desiderio dei Levi's alla moda, i 501 erano appena usciti, li vendevano da GiBi; con la cipria messa di nascosto nell'atrio del palazzo (e guai a dimenticarsi di lavarmi la faccia all'ultima ora di scuola!), il lucidalabbra infilato nell'astuccio, le unghie smangiucchiate, i compiti mezzi fatti e mezzi no. In matematica avevo già 8, come in tutti i cinque anni di liceo; in latino arrancavo un po', gli aoristi greci me li inventavo, ogni tanto ci scappava il 6 meno in storia (la odiavo, la storia). Ma se venivo promossa, mi pigliavo il premio l'estate successiva. Io e Camilla ce la scialavamo, con la storia del premio. Non parlavamo d'altro. Avevamo deciso di andare via assieme. Non sapevamo dove, non sapevamo a fare cosa; ma saremmo state assieme. E vaneggiavamo di ragazzi, di discoteche, di vestiti, di cose fatte di notte, di dormite mattutine, di musica, di cibi nuovi. Verso fine maggio, a promozione certa, saltò fuori questo posto, trovato dai nostri genitori; la Casa di Vela Elba. Che schifo, dicevamo noi. Vela???? Ma noi vogliamo divertirci babbo! Noi vogliamo essere un po' libere, andarcene in giro, uscire la sera, no che stiamo lì intruppate come a scuola a fare una cosa che manco ci piace. Ma c'è il mare. Ma non ci interessa il mare mamma, noi vogliamo andare all'estero a Londra, in una famiglia, senza il college, per i fatti nostri, no che c'è sempre la Signorina Rottermaier dietro che ci controlla! O lì o non se ne fa niente. E va bene, Casa di Vela Elba. Partimmo il 18 giugno, accompagnate dai miei genitori. La Casa di Vela è una vecchia costruzione colonica, su due piani, immersa nel verde, nell'estremità più meridionale del golfo di Portoferraio, sulla strada per Bagnaia. Le camerette sono a sei letti, spartane; il pavimento in vecchie mattonelle di coccio esagonali, un po' sconnesse; la cucina grande, tutta in legno; la cuoca, Marinella, è un donnone di centocinquanta chili che arriva al mattino alle sette con l'autobus e la borsa di paglia, spignatta tutto il santo giorno, e la sera alle dieci la viene a prendere il marito con una 127 Rustica. Fra la casa ed il mare ci sono seicento metri di pineta. E poi gli eucalipti. Infine, i sassi; la rena bagnata; le barche, adagiate sulla spiaggia privata: gialle, di legno, con grandi numeri neri sulla prua. Gigi, più di cinquant'anni, la pelle cotta dal sole, le mani divorate dai calli, la barba ed i capelli brizzolati, il fisico asciutto e muscoloso, gli occhi sottili, due fessure, sotto le sopracciglia bianche foltissime, l'accento livornese, dirige la scuola, esce in mare con gli allievi, fa conversazione a tavola, e dopo cena racconta storie di mare. Un incrocio fra il Capitano Achab e Capitan Findus. Il figlio Tommaso, diciotto anni, bello come un dio greco, abbronzatissimo, gli occhi vispi, due bicipiti grossi come le mie cosce, gli addominali scolpiti, la pelle lucida, fa le flessioni in spiaggia con la sorellina di dieci anni sulla schiena. Gli altri istruttori, Claudio di Roma, Manlio di Livorno e Simone di Firenze, sono simpatici. Io e Camilla dividevamo uno dei tre letti a castello, lei dormiva sopra, e tutte le sere mi faceva cadere il walkman giallo sulla testa: non riusciva ad addormentarsi senza musica. Unico avamposto di civiltà, alla curva della strada cinquanta metri prima, un bar. Bar La Curva. Bella fantasia. Proprio di fronte alla fermata del bus. Gelati confezionati, due o tre giornali, un biliardino, tre tavolini tondi di metallo, le sedie con l'impagliatura di gomma gialla, di quelle che ti lasciano le strisce sulle cosce quando ti ci siedi e ti ci impiccichi col sudore, una tenda a righe verdi, la cabina del telefono. E proprio da quella cabina, dalla sera del 19 giugno a quella del 30, tutte le sere io e la Rossa ci sgolavamo con i nostri genitori, per chiedere la barca. Un tormento. Un incubo. Prima chiamavamo al mare le mamme, poi in città i papà. Sempre la stessa domanda: ci compri la barca quando torniamo? Un'ansia continua. Non ci volevamo mai scendere, da quei Vaurien. Uscivamo in mare alle 10 e 30 del mattino, e da quel momento era tutto un rincorrerci fra le onde. E la sera, tutte le sere, sempre la stessa domanda: papà, ci compri la barca? L'abbiamo trovata la barca, al nostro rientro. Un vecchio laser azzurro, la vela ricucita in più punti, qualche graffio qua e là sullo scafo, l'albero in alluminio flesso da anni di regate: apparteneva ad un cugino di una nostra amica d'infanzia, che da anni lo aveva abbandonato in giardino: adesso aveva un catamarano di sedici metri. Il Laser. Poco più di un guscio di noce, una deriva progettata per un solo velista, su cui noi però andavamo fisse in coppia - tentando tra l'altro gli assetti più stravaganti... tipo un rudimentale trapezio realizzato con una sagola fissata al boma per provare l'ebbrezza della navigazione ad inclinazione massima - e su cui riuscivamo perfino a stipare cinque persone... tanto per navigare in compagnia; un guscio di noce, sì, ma pur sempre un piccolo bolide, leggero ed affusolato a sufficienza per planare sulle onde con un bastevole carico di vento in poppa... Fu bella, quell'estate. Ed anche le successive. Mi innamorai, della Casa di Vela; mi innamorai della sua pineta, del prato altissimo che la circonda, del profumo dei suoi abeti, della sua scala in pietra, delle finestrelle verdi, dei fili per stendere la biancheria, dei giubbotti di salvataggio sempre umidi, delle instancabili cicale, delle formichine che visitavano in comitiva il nostro bagno, del parcheggio polveroso, della cucina di Marinella, dei giganteschi panini al salame che trovavamo al nostro rientro dal mare, del suono della campana sulla porta… Se vi capita, andatela a vedere. E’ sulla strada per Bagnaia, basta svoltare al bivio in corrispondenza della buca sull’asfalto proprio di fronte al cartello sbiadito che indica la direzione per la spiaggia…
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