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8月28日 IL PORCHEGGIO DELL'ORMEGGIOAlla scuola di patente nautica insegnano una sola manovra d’ormeggio, quello all’inglese, ovvero sul fianco. E’ di una semplicità allarmante: ti mettono in una darsena deserta al centro del canale, e ti dicono di affiancare la banchina di dritta, che è sgombra da imbarcazioni per circa un chilometro e mezzo; tu non devi fare altro che mandare il motore avanti, prendere una modesta velocità, puntare a 45 gradi esatti il molo e quando la prua sta per toccarlo dare un colpo di motore all’indietro e contemporaneamente esercitare una lieve rotazione sul timone. Finito. Non ti dicono altro. E, politically correct, all’esame non ti fanno fare altro. Poi scopri che a Port Toga (Corsica) devi ormeggiarti all’inglese a sinistra, con una barca di dodici metri in uno spazio di tredici, sotto raffica, facendo lo slalom fra le prue e le trappe delle imbarcazioni ormeggiate saggiamente di poppa nella banchina a fianco (distanza stimata: circa quattro metri). E naturalmente con le cime d’ormeggio te la devi sbrigare da solo. Per fortuna, gli ormeggiatori dei porti turistici sono estremamente cortesi e pazienti, (oltreché capaci di esprimersi in otto lingue diverse, sospetto anche in sanscrito) e sono soprattutto abituati alla totale inesperienza e follia che spinge in mare tutti i neo-patentati. L’avete mai notato? La stragrande maggioranza dei diportisti che navigano nei nostri mari sono in possesso della patente nautica da meno di otto anni, è un dato matematico. Trascorso questo periodo molti di loro si danno all’alpinismo. Saggia decisione, il più delle volte.
L’inesperienza causa spesso situazioni imbarazzanti. Tutti i diportisti privi di esperienza ritengono che la propria barca abbia due personalità, una che si rivela nelle andature a vela e l’altra, diametralmente opposta, in quella a motore, e che queste siano completamente scisse tra loro. Inoltre, mentre la prima situazione li fa purtroppo spesso regredire ad uno stadio neanderthaliano (li avete presenti tutti quei naviganti da Bavaria che ritengono loro insindacabile diritto andare in giro completamente nudi solo perché stanno su una barca, anche se si trovano ad incrociare a trecento metri dalla spiaggia in mezzo ai pedalò?), quando il diportista accende il motore si trasforma in ciò che è in realtà: un automobilista. E pretende che la sua barca si comporti come la sua automobile, né più e né meno. Ora, quando si va in auto, lo sapete anche voi, è tutto molto semplice: accelerate e la macchina va avanti diritta, girate il volante a sinistra e la macchina va a sinistra, girate il volante a destra e la macchina va a destra. Semplice no? Infatti ci riescono anche i maschi.
In barca non è così. Le cose si complicano già per andare diritto, ed infatti se tenete il timone al centro e date motore la barca non va avanti dritta: si chiama effetto evolutivo dell’elica, e bisogna compensarlo ruotando leggermente il timone. Se poi volete girare a destra od a sinistra dovete sì ruotare il timone rispettivamente a destra od a sinistra, ma non è sufficiente: sarebbe troppo facile, altrimenti. Dovete tenere presente che l’angolo di rotazione spazzato dalla poppa dell’imbarcazione è il doppio di quello spazzato dalla prua (per noiose questioni di momento di rotazione, fulcro ed altre similari banalità), e quindi mentre fate attenzione a non speronare lo Swan di fronte a voi con il buttafuori, rischiate di dare una sensuale ma fatale botta col giardinetto al Sun Odyssey che vi sta a fianco.
Immaginatevi quindi la retromarcia. In automobile ci si slaccia la cintura di sicurezza, si aggiustano gli specchietti retrovisori, si abbassa il volume della musica per concentrarsi meglio, si controlla di avere cammino libero, si fa un bel respiro, si inserisce la marcia, ci si volta all’indietro abbracciando il sedile del passeggero (o direttamente il passeggero, se è carino) e si dà moderatamente gas; in questo modo si va approssimativamente diritto. I più scafati fanno la manovra senza voltarsi, fidandosi ciecamente degli specchietti. Che sono appunto ciechi in certi punti, e quindi a volte portano ad esiti indesiderabili. In barca è un macello. Motore all’indietro, timone da un lato e la prua oscilla prima a destra e poi a sinistra, apparentemente indecisa sul da farsi, fino ad infilare decisa la poppa nel fianco dell’imbarcazione più costosa ormeggiata in porto. Quindi il suggerimento è: senza dar conto a quello che vi urlano dalla banchina, ignorando completamente i compagni di navigazione che vi suggeriscono mosse assolutamente sbagliate, e dimenticandovi per una volta della tanto odiata automobile, tentate piccolissimi colpi di motore accompagnati da lievissimi movimenti del timone, fingendo assoluta sicurezza, fino a che non trovate la combinazione ideale che vi consenta di infilarvi nel posto barca che vi è stato assegnato; il più delle volte si tratta di improbabili combinazioni di manovre tipo colpo di motore - rotazione del timone a destra - motore indietro - timone a destra e poi a sinistra - colpo di tosse - ginocchiata alla bussola - motore avanti - imprecazione - motore indietro - timone in bando - folle - colpo di reni - preghiera a Sant’Antonio - motore indietro; ma il più delle volte funziona. Ah, una curiosità: lo sapete come mai i motoscafi vanno diritto senza dover maneggiare il timone come si fa con la barca a vela? No? Allora ve lo dico io, in realtà è semplicissimo. Hanno due eliche, che ruotano in versi opposti per annullare gli effetti evolutivi. Facile no? Così anche persone completamente prive di cervello, come appunto sono quelli che possiedono un motoscafo, possono andare a zonzo per il mare, disturbando i velisti. 8月9日 GENTE DI PORTOVERDESulla spiaggia di Portoverde c'è tanta gente, adesso che è agosto. Ci sono famiglie con bambini, coppie anziane senza figli, coppie di mezza età che parlano dei figli in vacanza lontano, coppie di giovani che pensano al futuro, donne sole, uomini soli, anziani che passeggiano e bambini che fanno il bagno. C'è un'anziana coppia di farmacisti bolognesi, di lui - bellissimo uomo, nonostante l'età - si dice che abbia avuto più amanti di un marinaio, ma al termine di ogni viaggio è sempre ritornato al suo porto; di lei non si dice nulla, salvo che sia stata una donna molto paziente e molto virtuosa. Parlano sempre dei loro figli, allevati con amore e con saggezza, cresciuti con perizia e lasciati volare via al momento giusto. Ci sono i Taylor, una coppia di inglesi scappati da una madrepatria dal clima troppo inospitale: lui è vedovo, lei non si sa bene ma qui a Portoverde nessuno se ne cura: l'unica cosa di cui si chiacchiera sul loro conto sono il balcone fiorito della loro casetta sulla darsena ed il profumo di pudding che ne esce ogni domenica. C'è un gruppo di anziani incalliti giocatori di bocce, che trascorrono ore ed ore sul cemento rovente sfidandosi in interminabili partite, mentre le mogli - vecchie matrone tutte uguali, con i loro chili di troppo, i loro costumi a fiori sgargianti ed i loro capelli grigi e permanentati avvolti in retine, foulards e bigodini - fanno il tifo, esultano, urlano nei loro dialetti incomprensibili, mangiano piada e bevono vino ruspante. Ci sono i bimbi che si arrampicano sulla casetta dei pirati, quella con tanto di bandiera nera e teschio, e quotidianamente ce n'è almeno uno che si sbuccia le ginocchia e squarcia l'aria immobile con il suo pianto disperato. Ci sono le bimbe che fanno il bagno con i loro costumini colorati, che si spruzzano sul bagnasciuga e si fanno rincorrere dalle madri ormai stanche di richiamarle a riva, madri simili a veneri immolate sulla battigia, avvolte nei loro parei eterei, con i teli di spugna che sventolano al sole ed i grandi cappelli di paglia che ombreggiano i loro volti. C'è una compagnia di ragazzi chiassosi, che scendono in spiaggia a pomeriggio inoltrato perché rimasti vittime delle discoteche e della vita notturna in quel di Riccione; arrivano per l'ora della merenda, ordinano cappuccino e brioche, esibiscono gli shorts un po' lunghi, all'ultima moda, si aggiustano le collanine di perline attorno al collo, inforcano gli occhiali da sole e si sdraiano alla luce dell'imminente tramonto discutendo di dove li porterà la serata ormai prossima. C'è un'anziana professoressa di lettere, zitella acida ed incartapecorita, con un turbante arancione in testa, che arriva al mattino prestissimo, fa la sua passeggiata con le gambe in acqua, poi si siede sotto l'ombrellone a sferruzzare e ci rimane, immobile, fino a sera, alzando gli occhi solo per criticare aspramente ciò che accade attorno a lei: violenza, maleducazione, urla, parolacce, ignoranza... ai suoi tempi era tutto diverso, ama ripetere agli sventurati vicini di sdraio. C'è una coppia di genitori con la figlia adolescente, bellissima seppur ancora acerba; si preoccupano tutto il santo giorno di dove vada, cosa faccia e con chi sia, e la tengono gelosamente al loro fianco senza permetterle di allontanarsi per più di cinque minuti. Lei scrive tutto il tempo con il suo Nokia rosso, ogni tanto le si illuminano gli occhi e si rannicchia volgendo le spalle ai familiari, poi comincia a scrivere fitto fitto ed aspetta trepidante una risposta che le faccia trillare nuovamente il telefono ed il cuore. C'è Oscar il bagnino, figura felliniana che sembra uscita da uno schermo del cinematografo, che arriva tutte le mattine all'alba per preparare la spiaggia: apre gli ombrelloni, sistema i lettini, raccoglie le cartacce, rastrella la sabbia, spazza la passerella, prepara i pattìni ed i pedalò, mette in ordine le cabine; poi, con la pelle nerissima e lucida, gli occhiali a specchio ed i capelli rasati, senza un'età definibile e senza nemmeno un aspetto facile da identificare, si siede sotto il suo ombrellone in riva al mare, apparentemente distratto ma in realtà vigile ed attento a tutto ciò che gli capita intorno: durante il giorno medica ginocchia sbucciate, soffia su ferite rosse di tinture di iodio, applica ammoniaca sulle punture di medusa, consola pianti disperati ed apparentemente irrefrenabili, vuota i cestini della spazzatura, ascolta interminabili e sconclusionati discorsi di donne annoiate, discute di calcio, politica, razzismo e medicina con mariti stanchi di dialogare sempre e solo con le loro pallosissime mogli, allunga gli occhi sulle natiche delle ragazze stese al sole e commenta fra sè e sè fatti di cui solo lui conosce l'esistenza. Instancabile nel suo ruolo, la sera, quando tutti, stanchi ed annoiati, ubriachi di sole e di abbronzante, abbandonano la spiaggia, lo si vede in giro per gli ombrelloni, carico di sferzante energia, che rastrella, rassetta, riordina, pulisce, raccoglie, sposta, alza, abbassa, trascina, spinge... C'è una coppia di ragazzini giovani, fidanzatini, buffissimi nella loro tenerezza. Lui è piccolo, magro, con i capelli nerissimi e gli occhi profondi; abbronzatissimo, parla di musica, motociclette e del suo lavoro in catena di montaggio in una fabbrica di Cesena. Lei è enorme, due spanne più alta di lui, grassa, grassissima, rubiconda, intollerante al sole, con due occhioni azzurri enormi, chiarissimi e perennemente nascosti da mille e mille paia di occhialetti colorati; giovanissima, fa le parole crociate e gioca spostando i sassi attorno al suo lettino. Ogni tanto interrompono quello che stanno facendo, e rimangono immobili a guardarsi, senza dirsi nulla per ore ed ore. Poi si incamminano silenziosi verso il molo. C'è una coppia di giovani sposi con una bimba, lui gestisce una palestra in provincia di Bologna e trascorre tutto il suo tempo a curare il proprio corpo; la moglie è una giovane ragazza bionda, alta e snella, un po' fragile, spesso silenziosa, a volte malinconica, che passa l'intera giornata con la loro bambina. Lui si lamenta di continuo con gli amici - non parla d'altro - che da quando lei, due anni prima, è rimasta incinta, non è più bella come una volta, il suo fisico ne ha risentito, e non ha più voglia di andare in palestra con lui tutte le sere, come facevano da fidanzati e da sposini freschi di nozze. C'è una ragazza in vacanza con il padre, un uomo troppo giovane per essere definito anziano e troppo vecchio per essere detto di mezza età. Lui gira in bicicletta, va a fare la spesa, poi verso l'una arriva in spiaggia con il giornale, sistema i lettini in direzione del sole, guarda il mare, poi l'orologio, poi nuovamente il mare con aria irrequieta, poi nuovamente l'orologio con impazienza, alla fine si rassegna e comincia a leggere le notizie politiche ed economiche. Lei si alza tutte le mattine alle otto, si mette in ordine, salta la colazione perché è convinta che quello sarà il giorno giusto per mettersi a posto con se stessa, inforca la bicicletta e va verso Riccione; avvolta nei suoi parei dai colori sgargianti e nelle canottierine pastello, dedica tutta se stessa al negozio di gioielli ed antichità in cui lavora: prepara le vetrine, le scruta con aria critica, sposta un bracciale ed aggiunge un paio di orecchini di corallo presi dalla cassaforte, spazza l'ingresso, toglie le ditate dei bambini - ma spesso anche degli adulti - dalle vetrate, cambia l'acqua ai fiori, sprimaccia i cuscini delle poltrone, poi si siede dietro al tavolo del Seicento ed attende, fiera e sorridente, clienti e curiosi. Qualche ora dopo abbandona la postazione, sale nuovamente sulla sua bicicletta bordeaux, pedala in tutta fretta ed in quindici minuti è a casa: pochi istanti per sfilarsi gli abiti ed indossare un costume, ed eccola scendere sulla spiaggia rovente e stracolma, accanto al padre, che non è né vecchio né giovane, come la maggior parte della gente che popola Portoverde. Con aria allegra si stende al sole, sorridendo alla gente che la saluta ma anche agli sconosciuti che la guardano curiosi, curiosi di sapere cosa diavolo abbia da fare tutte le mattine alla stessa ora e perché mai abbia sempre qualcosa di cui ridere felice. Ma lei sorride e non risponde, si sdraia al sole e si gode la beata tranquillità di questa spiaggia, così ordinaria eppure così anomala, così ventilata eppure così rovente, stretta fra i grattacieli a picco sul mare e le casette addossate alla darsena. C'è tanta gente a Portoverde Steph, adesso che è agosto. Sarebbe carino che tu li venissi a conoscere tutti di persona.
22 luglio 2001 |
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