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    September 07

    SICILIA 2008

     

    Lascio sempre la Sicilia di notte, furtivamente. Quasi spero che non se ne accorga, che me ne sto andando. Sono come un’amante, che le dedica tre, quattro, cinque settimane all’anno di passione sfrenata, e poi scappa furtivamente, all’alba, senza farsi sentire.

    Sono anni che faccio così. Arrivo in Sicilia per cena, l’ora forse più bella, dopo un lungo viaggio: è come arrivare finalmente a casa, levarsi gli abiti che odorano della giornata, e gettarsi a corpo morto sul divano, distesi accanto a lei, su di lei. E la Sicilia mi accoglie, mi avvolge, mi coccola, mi ama. La amo con passione, questa Sicilia. Ne godo appieno, mi sazio di ogni secondo che trascorro con lei.

    E poi una notte l’abbandono, di corsa, quasi in silenzio, sfrecciando ben prima del sorgere del sole per le strade deserte di Messina, verso l’imbarco dei traghetti; salgo in silenzio, sul traghetto per Villa San Giovanni, ed infilo la moto nel posto più nascosto che trovo, quasi la volessi celare, quasi volessi negare, spudoratamente, di partire. Ma la Sicilia lo sa che me ne sto andando, e finge di ignorarmi, di continuare a dormire. Lo sa, che me ne vado, ma sa anche quanto sia inutile punirmi ulteriormente, perché io già da sola mi sto facendo malissimo, partendo, e dovendo attendere altri dieci mesi prima di poterci rimettere piede. Mi punisco già abbastanza da sola, senza che sia necessario che lei faccia altro.

    E dunque, la Sicilia dorme ancora, o finge molto abilmente di farlo, mentre si chiude il portellone di prua del traghetto, mentre l’equipaggio scioglie le gomene, mentre il Capitano manovra in porto, mentre passo, ancora una volta, di fronte alla Madonna della Lettera, la patrona di Messina che accoglie benevola in città chiunque vi giunga via mare, ma non altrettanto benevolmente, od almeno questa è la mia impressione mentre la sto a guardare aggrappata al parapetto del ponte più alto, saluta chi se ne sta andando…

    Dura sempre troppo a lungo, la traversata dello Stretto. Pare infinita al mio arrivo, quando brucio dalla voglia di imboccare l’autostrada a Boccetta e di divorare in pochissimi secondi la manciata di chilometri e di viadotti che mi separano dalla casa di zia Silvana, a Villafranca, dalla pasticceria Fiumara, regno delle granite con panna e brioche, dalla piscina del Parco degli Ulivi, uno spettacolo nello spettacolo. E pare infinita anche adesso che me ne vado, prolungando il tormento che provo vedendo la Sicilia che si allontana, un metro dopo l’altro, ma mai abbastanza velocemente. Vorrei togliermelo dalla vista il prima possibile, il profilo di Capo Peloro, e invece il pilone bianco e rosso è lì che mi guarda, sprezzante, sdegnoso, quasi maligno, e pare che mi sberleffi, ricordandomi che lui, lì, ci resterà per sempre, anche se ormai da anni non serve più a nulla, perché adesso i Siciliani la corrente elettrica se la producono da soli, e non hanno bisogno di farla arrivare dalla penisola. Dal Continente, anzi.

    Eccolo, Capo Peloro. E’ il punto in cui lo Stretto è più “stretto”, il punto in cui si incontrano e si mescolano due mari, lo Ionio ed il Tirreno, e nel contempo vengono tenuti a bada dai due promontori, quasi si avesse paura a far fare loro troppa conoscenza, troppa amicizia. Qui le due coste si fronteggiano come due eserciti pronti ad attaccare. Poi, come ad un improvviso comando dall’alto che intima il dietro-front, eccole ritirarsi, scostarsi come al passaggio di un corteo, e cedere il passo a quel magma azzurro in tutta la sua imponenza.

    L’aria dello stretto ha un odore celeste, quasi turchino, con una striatura di verde, ed un fondo pungente di argento; è aspro e dolce allo stesso tempo, sa di montagna e di pescespada, di nunnata e di tralci d’uva, di zagare e di sterpi riarsi, ma anche di miti e di mostri, di ingarbugliate correnti e di relitti sommersi.

    Sbarco in fretta, una volta arrivata sulla costa calabrese, e mi sforzo di non volgere lo sguardo alle spalle. Procedo spedita sull’autostrada, ormai albeggia, la Sicilia dietro di me si sta svegliando, lo so, la sento: apre prima un occhio, poi l’altro con poca convinzione, li socchiude strizzandoli, si stiracchia leggermente nel suo giaciglio turchese, vorrebbe dormire altri cinque minuti ma il sole rovente la sprona a destarsi, e la pizzica dolcemente con i suoi sottilissimi raggi infuocati. Fa finta di non vedermi, mentre mi allontano, ma io lo so che è lì che mi guarda; e guido con rabbia, ricacciando le lacrime, ripromettendomi di non guardarmi indietro e voltandomi invece ogni secondo, finché rimane in vista, salutandola con la voce strozzata dal pianto, quasi scusandomi silenziosamente. Arrivata sul viadotto a strapiombo su Scilla accosto, mi giro un’ultima volta, ed allora sì, la saluto come merita, la saluto con la mano, e le dico arrivederci, all’anno prossimo, anzi no, meno di un anno, dieci mesi soltanto e sarò di nuovo qui, all’inizio dell’estate. Ed è a questo punto che lei mi lascia andare, sorridendo. E sorrido anch’io.

    La amo, la mia Sicilia. E lei ama me.

     

    E sul traghetto, fra Villa San Giovanni e Messina, proprio nel mezzo del canale, quando guardo prima a sinistra, e vedo la Calabria, e dietro Bologna, ormai lontanissima, e poi a destra, e vedo Messina, ed oltre al suo profilo tutti i posti che ormai mi sono così familiari, proprio lì in mezzo, fra tutta quell’acqua, e quella terra, e quel vento, e quel rollìo che mi accompagna durante l’ora necessaria alla traversata, proprio sotto quel cielo, mi rendo conto, lo sento davvero dentro, che il ponte, il Ponte sullo Stretto, in fondo, non lo voglio. E’ bello che la Sicilia rimanga un’isola, e non un’appendice del nostro Stivale, attaccata ad esso con un  fragile nastro di cemento ed acciaio. Nonno Giuseppe diceva che se Dio ci ha messo il mare in mezzo, fra la Sicilia ed il resto dell’Italia, doveva avere i suoi buoni motivi. Ed io la penso esattamente come lui. Anche perché, quando ci sarà il ponte, noi siciliani, nei giorni di mare grosso, non potremo più dire che il Continente è isolato.